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YOUNG ROMAN PAINTERS
Marcello Carriero

Li potremmo definire Young Roman Painters, questi giovanissimi, coraggiosi artisti romani, anche se, in verità, solamente alcuni di loro sono originari della Capitale. Si tratta dell’ultima generazione di pittori sfornata dall’Accademia di Belle Arti di Roma, allievi sì di Gianfranco Notargiacomo, ma con una autonoma vitalità espressiva. Aggrediscono le grandi superfici non curanti dell’attuale tendenza figurativa, sembrano rimarcare un presupposto esistenziale che fa della pennellata violenta un drenaggio diretto dell’inconscio. Ma, badate, non si tratta di una turpe rievocazione degli espressionisti astratti americani, siamo davanti ad un fenomeno di ri appropriazione di un lessico pittorico che ha come perno una fisicità ritrovata, il moto concitato degli arti, il raggio del braccio. In queste superfici “sfregiate” dal gesto, coperte dalla staffilata del pennello, scorgo una sana rivolta alla generazione delle “dita”, cioè quella che ha cercato di superare la Transavanguardia con l’uso della tecnologia digitale, con i “passaggi” più raffinati dalla foto al plotter, passando per sgargianti elaborati grafici.

Questa generazione silicon acid di tecnopittori, ha caratterizzato la scena della seconda metà degli anni Novanta, si è guadagnata l’attenzione della critica e del mercato. Ora, questi giovani, “pischelli”, non hanno nessun interesse a raccontarsi attraverso la pittura, non cercano più di trovare un alter ego grottesco o super umano, inventando personaggi di un mondo parallelo immaginario, questi ragazzi si rendono conto di essere il mondo e di non poter essere più succubi di una trappola mediale che impone loro un immaginario fatto di stucchevoli e caramellosi oggetti neo pop. Sembra essere scattata l’ora del ritorno all’esperienza diretta, e all’espressione diretta dettata dalla necessità di potenti affermazioni di cui il gesto è effetto di risonanza.

La pittura si stacca dal corpo e continua ad urlare lanciata sulla superficie a sfidare il mare in tempesta dei bianchi di Mariavittoria Daddi (Uno, 2002, 200X135 cm, smalto e acrilico su tela) o a trovare delle massicce griglie di segni, che scompongono lo spazio in ruvide campiture di Gabriele Gasparri (Pittura blu e verde, 200X135, tecnica mista su tela). Ritroviamo l’arcaico rito del graffito, una magia ridestata nello scetticismo e nell’indifferenza contemporanea, una mitica spiaggia in cui canti dimenticati si ricompongono in scariche elettriche (Ruben Martínez, Hasikesh, 210X190 cm, smalto su tela).

L’assoluto non ammette le capziosità e le illusioni succulente delle raffinatezze tecnologiche, è uno spazio delimitato dall’azione del “coprire” una porta nera, nella pittura di Sergio Millozzi (Senza titolo, 200 X 200 cm, smalto su tela) una soglia per lo sguardo dell’astante.

Più complesso è il discorso per Giuseppe Moscatello (Memoria 3, 70 X 100 cm, tecnica mista su carta) che ritrova le poetiche di Gastone Novelli, dando quel lattiginoso riverbero agli appunti corsivi di un passato, ormai ottuso dalla nebbia della dimenticanza. Ma la carta fotografica torna ad essere il materiale che ci riporta alla nostra epoca, purchè oltraggiata, deflagrata, manipolata così brutalmente ed eccessivamente da sembrare un caleidoscopico viaggio lisergico.

Andrea Quercioli, per concludere, ci riporta alle riflessioni di Rainardth, agli “ultimi quadri” neri, in cui l’occhio si perde alla ricerca di arcipelaghi di forme nelle profondità opache del colore acrilico e smalto, nascosti in un umbratile mistero all’irriverente sfacciataggine del mondo. In questo silenzio ritrovato, la pittura prorompe come un tuono, il pittore si risveglia come un Titano.

05/04/2004

Massimiliano Olevano
Massimiliano Olevano Gabriele Gasparri
Gabriele Gasparri Giuseppe Moscatello
Giuseppe Moscatello Ruben Martinez
Ruben Martinez

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