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Note sulla pittura di paesaggio
Marcello Carriero

Il paesaggio non è una produzione artigianale, non descrive solo l’ambiente naturale, ma ne fornisce un’interpretazione, e procede ad una scelta (parziale e orientata sotto un certo angolo, anche quando la meta fissata sia di rendere una rappresentazione esatta e documentaria della natura); il paesaggio è costituito dal raggruppamento efficace d’elementi tra i quali taluni acquistano maggior rilievo. L’arte del paesaggio è sensibile all’esattezza dello spazio da rappresentare. Utilizza, almeno all’inizio, degli strumenti ottici e rappresenta, in breve, una riproduzione scientifica del mondo, assumendo un carattere di documento fedele e permanente. Procedendo così, crea una tendenza a distruggere i propri limiti topografici poiché n’allarga la visione in profondità e in estensione sino a raggiungere una dimensione cosmica, in grado di rilevare la variazione di certi elementi e diviene una metafora dell’infinito che fa passare lo spettatore dal piacere di evadere dal mondo abituale, o il piacere di rivedere ciò che egli già conosce, all’inquietudine che nasce dal mistero dell’ignoto. Il paesaggio produce contemporaneamente una sicurezza, che è legata alla rappresentazione dell’hortus conclusus, poi, un senso di smarrimento che nasce dall’assenza di limiti; infine, ha suscitato ugualmente l’attrattiva e l’angoscia per l’estrema somiglianza con il mondo reale. Con Platone si ha la prima critica conosciuta in cui è sottolineata la funzione immaginaria, e non solo documentaria, del paesaggio. La camera oscura, è nata in correlazione con la pittura del paesaggio; si ha così la descrizione abbastanza dettagliata di due dimostrazioni che hanno probabilmente concorso a fabbricare due scatole chiuse al cui interno si poteva guardare solo attraverso un oculare e in cui gli elementi erano dipinti sul legno; queste scatole fatte da Leon Battista Alberti servivano ad insegnare come realizzare correttamente la degradazione delle tinte dei colori. Tali degradazioni dovute all’atmosfera erano studiate in condizioni diametralmente opposte: all’inizio in quelle di luce diurna (in cui i colori lontani si schiarivano grazie al filtro costituito dall’aria), in seguito nelle condizioni di luce notturna (in cui i colori lontani si oscuravano a causa della diminuzione di capacità visiva).

Queste esperienze hanno permesso di realizzare, dal sedicesimo secolo, i diorami, che rappresentano correttamente delle vedute circolari a 360 gradi di perfetta esattezza e di grandi dimensioni. Si può definire l’evoluzione del paesaggio nella pittura contemporanea solamente se si prescinde dalla mutata coscienza della natura avvenuta negli ultimi due secoli. Ora la brama di veder scorrere sotto i nostri occhi il mondo, tutto il mondo, ci ha spinto verso un vouyerismo cronistico e una cruda dimestichezza con il ritratto esatto di ciò che ci circonda. Nel Settecento la mano dell’uomo restava sempre un fatto presente, se pur esploratore indomito egli rimanse l’attore della scena per affermarsi quale medio termine e tra noto ed ignoto, tra commensurabile ed incommensurabile. Una volta oggettivizzato il paesaggio, una volta liberata la visione dal suo fine mimetico, quel che si vede nel quadro è il quadro stesso. È linguaggio autonomo che dispone di una sua indipendenza fenomenologica, ora, il paesaggio, ritratta i paradossi della sua natura, ovvero lo scetticismo nei confronti del trascendente e del simbolico e il sondaggio della realtà, intesa come argomento predicabile. Ma è possibile parlare anche di ciò che non è vero poiché, la pittura è separata dal reale e le si può dare un valore superficiale. La pittura oltre ad essere confinata e confinabile, si distingue dalla visione abituale del mondo in quanto testo dipinto e, quindi, pretende uno sguardo ermeneutico che s’attiva proprio in concomitanza della presa di coscienza del limite dal quale si protende, al quale s’appiglia. Questo confine tra il dipinto ed il riguardante non è uno sbarramento, ma la soglia di diverse dimensioni. L’universo tecnologico ha un bordo estremo paralizzante, lo spazio condiviso del Web produce i gradi di penetrabilità e i connotati del paesaggio, una sua cartografia, una sua architettura, una sua geologia e astronomia, che sono gradi sviluppati all’insegna dell’artificiale, poiché il modello non è il mondo, ma una informazione sul mondo una sua traccia archeologica, anziché una sua esperienza logica, così dice Flavio De Marco (Fig, 1 Paesaggio acrilico su tela 2001):“Da alcuni anni lavoro intorno al problema del paesaggio come possibilità per la rappresentazione pittorica in relazione alle modifiche che l’esperienza individuale quotidianamente fronteggia in seguito all’avvento del digitale.

Paesaggio è oggi la perdita dell’orizzonte come profondità visiva e la contrazione di quest’ultima nella distanza ravvicinata dello schermo. Il paesaggio come schermo è in realtà la presa di coscienza di una progressiva perdita della natura come spazio del movimento visivo e fisico“.

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