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"IL GIARDINO, L'ALBERO, LA VARIANTE E LA COSTANTE" Il Parco letterario e delle arti di Giovanni Battista Ambrosini
Paola Donato

Il Giardino, come la città, adempie alla sua funzione di riduzione dell'universale da macro a microcosmo grazie al pensiero, alla parola e al segno. Attraverso la giusta disposizione dei simboli ricrea, dell'universo, non solo il movimento di rotazione ma anche quello di alternanza: Nord-Sud il freddo e il caldo, Est-Ovest la giovinezza e la vecchiaia. Il suo limite è l'effettiva impossibilità di rimettere ordine in un caos che tuttavia può essere accettato e forse compreso.

Il caos del Giardino consiste in questo suo ricrearsi come l’onda del mare che torna ad essere uguale a sé stessa anche se sé stessa non è più. Ciò che cambia è il punto di vista; lo sguardo passa attraverso la membrana sottile tra l’essere e il non essere e crea il Giardino che prima era SHAN-SHUI, il paesaggio orientale ( letteralmente: Montagne-Acque ).

Il punto di vista varia, è quello di Palomar, protagonista miope dell'omonimo romanzo di I.Calvino, che cerca di fissare quell’onda che si alza e si dissolve, passa. Palomar tenta di farne teoria, Pascali di bloccarla nei 35 mq. di mare.

Questo perpetuo mutare parte e ritorna dove s’annulla.

Ma l’umiltà dell’annullamento per la quale Ambrosini opta è la scelta più dura e al tempo stesso la più rilassante. E’ l'immissione soffice, gesto morbido e dolce della dissolvenza dell’anima di cui parla Silesius ( “Diventare nulla è diventare Dio”, libro VI, 130 ) e che solo porta allo scomparire nel cosmico. Ambrosini nel Giardino si siede ed ascolta. La silenziosa attesa gli permette di udire le affinità del diverso, la VARIANTE perpetua e la COSTANTE inafferrabile. Cogliere questi segnali ci immette in un’onda d’energia, ci rende molecole del tutto, ci inserisce nel flusso dell’arte.

Nel Giardino l’ALBERO che collega la terra e il cielo già prospetta la dualità derivante dal ciclo perpetuo che in sé ritrova l’inizio e la fine. Mai crescita esponenziale, come quella di Fibonacci, spazio nomade, ma piuttosto una ricerca scrupolosa, una volontà di ritrovare l’universale nel particolare ed in questo specifico caso la ricorrente dualità dell’Amore e della Morte che contrappone il Giardiniere ed il Becchino. Il Giardino è perciò i due volti della Luna: madre ed oscurità della notte, acqua come elemento vitale e come grembo dal quale sorgono le forze distruttive ippomorfe. Il Giardino è quell’Eros che Miccini ha voluto rappresentare come un putto alato, ma che in Francesco da Barberino (Documenti d'amore 1318 c.) aveva i piedi di grifone e cavalcava bendato.

L’opera che Ambrosini progetta per il parco è un distillatore ambiguo, dispensatore di vapori malefici o di profumi inebrianti, ma che non nega mai la possibilità di rinnovarsi in sé, di rinascere dalle stille del melograno, è proprio qui che la sua dualità si richiude, nel cerchio dell’infinito ritorno.

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