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LAURA PALMIERI, L'assenza calcolata
Paola Donato

Pur essendo molto giovane sono già diversi anni che Laura Palmieri espone a Roma e non solo, in personali o accanto ad altri artisti. E' il caso, quest'ultimo, del gruppo Oreste con il quale la Palmieri ha condiviso l'esperienza ludica del post-fluxismo. Con Oreste (che abbiamo potuto vedere recentemente, presso gli ex stabilimenti Peroni, in occasione de Le Tribù dell'Arte, esaltante ed autoglorificante mostra del critico-artista Achille Bonito Oliva) l'artista ha esposto ad Opera Paese e alla penultima Biennale di Venezia. E d'altra parte non è neppure esatto parlare di esposizioni di artisti, per quanto riguarda il gruppo Oreste, che in realtà ha sempre presentato in perfetto spirito Fluxus la collettività del proprio operare come flusso nel flusso esperenziale.

Le prime opere della Palmieri, dopo gli studi all'Accademia, passano rapidamente dai piccolissimi ai grandi, grandissimi formati. Da minuscoli bozzetti eseguiti con la cura di un miniaturista arriva a tele di tre metri popolate di forme irregolari e fortemente materiche. In queste opere, seppur di grande qualità, trovo ci sia ancora una necessità decorativa che tenta i sensi distogliendo dallo scopo ultimo.

Da queste prime forme, che traccia e poi satura di materia, la Palmieri si libera presto invertendone il canone. Arriva, così, agli "svuotamenti". Il suo lavoro è sempre quello strettamente comunicativo e non è semplice affrontarne il percorso.

Innanzi tutto si può analizzare il modo in cui l'artista opera: da un'immagine prelevata dalla "realtà fotografica", l'artista estrapola l'elemento chiave che, ad esempio nella serie dello sport, è rappresentata dalla figura dell'atleta. L'operazione di prelevamento dell'immagine chiave, però, è invertita ed applicata al doppio pittorico della foto. Ciò che rimane visibile in pittura è dunque tutto ciò che circonda l'elemento estrapolato. I percorsi affrontati nella parte pittorica sono due: da una parte si tende a spostare l'attenzione sul particolare periferico, dall'altra si sublima il valore dell'assenza. Nel caso dello sport, il tema affrontato è quello che suscita meno interesse nell'artista, in questo modo viene mantenuto un distacco operativo che permette, non solo l'eliminazione indolore dell'immagine, ma anche e soprattutto la sua rivalorizzazione. Accanto alla rielaborazione pittorica, la tela si imprime (in alcuni casi l'operazione è serigrafica) dell'immagine prima, presentata nella sua interezza. I passaggi rielaborativi sono evidentemente molteplici: uno spaccato di realtà (comunque culturale) - la ripresa fotografica (per mano altrui) - l'assorbimento dell'immagine nella tela - la rielaborazione dell'immagine al computer (e vediamo già chiaramente come dalla matericità delle prime opere la Palmieri sia arrivata anche attraverso l'utilizzo di media "freddi" al rigore essenziale) - il passaggio pittorico. Gli Svuotamenti ci appaiono come vertigini di assenza che al tempo stesso ci permettono di mettere a fuoco. E' come togliere il quadro dalla cornice dipingere quest'ultima ed esporli accanto, ma l'operazione è più complessa perchè il punto di partenza non è l'arte e tanto meno la realtà ma l'immagine che di essa ci viene proposta dai media.

Le opere di Laura Palmieri sono oggi di una pulizia formale raggiunta attraverso lo studio e l'amore per il lavoro di Mario Schifano. E' forse proprio attraverso le modalità operativo-comunicative di Mario Schifano che la Palmieri riprende il filo dell'immagine e ci propone un arte rigorosa seppur venata di ironia.

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