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L’arte che non fa paura.
Paola Donato

Qual è l’ultima mostra che abbiamo visto? Le immagini cristallizzate di Luca Caccioni, i nidi di paglia di Sissi, Sol LeWitt e Mimmo Paladino che lavorano a quattro mani….

Un numero crescente di spazi espositivi formalmente perfetti, con cataloghi e inviti patinati ci presentano a Roma artisti di nuove e vecchie generazioni, tutti concentrati su tematiche intimiste o su riflessioni sull’umano essere, vivere, morire. Opere di grande valore estetico esposte con la cura attenta che certo ci colpisce per l’essenzialità e la pulizia formale.

Roma non vede e non sente l’esigenza di parlare attraverso l’arte di ciò che sta accadendo. Mentre altri intellettuali: giornalisti, scrittori, comici di satira vengono cassati, esclusi dalla vetrina dei media in quanto considerati elementi scomodi e pericolosi, gli artisti visivi vengono completamente ignorati. Che motivo ci sarebbe di temerli, ma d’altra parte che motivo ci sarebbe di parlarne. L’arte, oggi e qui, è fatta e consumata dallo stesso mondo sommerso che la produce e sempre di più tenta di utilizzare senza grandi risultati i canali che non gli sono propri, quelli dello spettacolo. Nuovi curatori, giovani e rampanti, sfornati dalle stesse istituzioni, si occupano con meticolosa perizia di accrescere la propria visibilità e di scovare l’artista di successo. Gli spazi “pubblici” gestiti dai grandi manager della cultura richiedono esposizioni che richiamino il grande pubblico, operatori didattici che da storici dell’arte diventino teatranti e artisti che non creino incidenti politici.

E’ possibile che questo clima di Regime, gli attacchi e gli arresti dei nuovi brigatisti, le condizioni precarie in cui l’80% della popolazione vive, la guerra, le esecuzioni in video, i bambini uccisi e i limiti di tragedia mondiale che stiamo vivendo non abbiano minimamente sfiorato la mente di questi nostri artisti? E’ possibile che l’unica azione di provocazione rimanga quella di Cattelan? E’ possibile che di fronte al disagio negli occhi della gente l’arte non sappia o non voglia dire niente e decida di isolarsi come se non volesse vedere cosa c’è fuori dall’atelier, dalla Galleria, dal Museo? Sono lontani i tempi dell’impegno sociale e politico, i tempi in cui Consagra si caricava in spalla le sue sculture fino a Piazza di Spagna per parlare con la gente, i tempi del Comizio di Turcato o quelli delle provocazioni di Sarenco.

Mi aspetterei almeno dai grandi direttori di Museo un impegno e una presa di posizione che ancora non ho visto. Richiamare il grande pubblico e non le masse indistinte e, soprattutto, senza l’uso dei bassi mezzi di questa televisione al servizio del potere. Invitare il grande pubblico perché ci sono i mezzi potenziali per coinvolgerlo in un dibattito attuale e in una presa di coscienza che la gente vuole ritrovare. Fare si che l’arte possa parlare, che sia contro-censura.

22/10/2004


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