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Haiti, Port Au Prince - 12 Gennaio 2010 ore 16.43
Marco Dormino (introduzione: Loris Schermi)

Il 4 aprile del 2008 pubblicammo la recensione firmata da Paola Donato della mostra di Marco Dormino nell’ambito di FotoGrafia Festival Internazionale di Roma. Lo spazio che ospitava l’evento sarebbe diventato un anno dopo il nostro Mu.Ga. + Merzbau. Haiti, Port Au Prince, questo era il titolo dell’esposizione che raccontava la capitale dell’isola caraibica, una quotidianità così lontana da quella che siamo abituati a vivere ma allo stesso tempo così familiare per chi come Dormino ci vive e lavora. La situazione di estrema povertà nella quale era immersa l’80% della popolazione è crollata nel baratro in pochi secondi di furia cieca dell’apocalittico terremoto che ha strappato la vita di duecentomila persone e reso impossibile quella dei sopravvissuti. Marco Dormino è scampato alla morte per pochi secondi, così poco è bastato perché riuscisse a scampare al crollo completo del quartier generale della missione delle Nazioni Unite da dove si era allontanato per andare a realizzare un servizio fotografico. Quella che segue è la sua toccante testimonianza di quegli attimi terribili e dell’orrore che li ha seguiti.

Questo è il ricordo di ciò che è stato e di quei giorni successivi. Ho deciso di scrivere con intento catartico, per dare un senso a quelle emozioni così sfuggevoli, per non banalizzarle nella ripetizione.

12 Gennaio 2010, ore 16.43

L'inizio è il rumore degli oggetti che tremano. Prima leggero, poi immediatamente intenso, pauroso. Ci guardiamo negli occhi, ci alziamo e cominciamo a correre nel frastuono ora assordante. Non ricordo altro di quei primi secondi. Solo che sto correndo, che difficilmente riesco a mantenere l'equilibrio, che ci sono altre persone con me che gridano. Grido anch'io, forse. Grido sicuramente ad un collega che invece di correre striscia lungo il pavimento verso la porta. Non riesco a scavalcarlo, è come se mi spingessero da e in tutte le direzioni, ho paura di corrergli sopra. Alla fine lo scavalco,sono fuori. Tutto questo è un tempo di pochi secondi, meno di dieci. Ciò che è più vivido è il rumore che cresce assordante e l'instabilità totale dei movimenti. Ora sono fuori, di fronte a me una coltre di polvere avvolge e nasconde un'assenza, un vuoto che non c'era. Continuo a correre con gli altri, in discesa l'uno vicino all'altro, mi dà sicurezza.

La seconda scossa ci sorprende nel piazzale del parcheggio. Intensa anch'essa, è più paurosa, anche se siamo all'aperto, forse proprio per questo. Perché non c'è l'istinto animale di uscire, perché non c'è il rumore dei tavoli che si muovono e delle cose che si frantumano a terra. Più spaventosa perché sento nettamente la terra saltare, l'asfalto creparsi sotto i miei piedi, la possenza grandiosa di qualcosa che ti toglie il senso di essere in controllo, l'equilibrio. Abbraccio un amico. Insieme guardiamo verso la polvere alla ricerca di una sagoma conosciuta che non c'è. Il vuoto è reale, più pesante della presenza stessa del cemento. Il palazzo di sei piani dove poco prima mi trovavo non c'è più. Nello stesso istante realizzo tutto. Qualcosa sale lentamente e colpisce la mia attenzione. Un attimo di lucidità. Ho paura. Dai quartieri circostanti si alza un grido forte e stonato. Migliaia di persone gridano e piangono con un'unica voce. Intere strade gridano la loro paura e il loro terrore. Un'unica voce composta e molteplice, lontana e vicina, ininterrotta. Così umana e nello stesso tempo così irriconoscibile. Realizzo che non è solo il palazzo, ma che è dappertutto intorno a me. Capisco che è stato il terremoto. In quella notte senza fine, per i giorni successivi fino quasi ad oggi, più di 20 giorni dopo, un disarmante senso di terrore mi ha accompagnato ad ogni minimo tremolio di un bicchiere, di un pavimento che vibra sotto i passi di qualcuno, di un muro che impercettibilmente si scuote alla chiusura di una porta. Sono vivo per una questione di minuti e di metri. Altri che conoscevo non ce l'hanno fatta per pochi centimetri e pochi secondi. Il perché di ciò, quale è la legge che e' alla base di tutto questo. Questa regola sfugge completamente alla mia comprensione e più mi ci soffermo e più rimango senza pensieri. Questo vuoto si riempie di altro. Quegli attimi, seppur terribili, sono la parte meno vivida di ciò che rimane. Sono lo sfondo sfocato da cui si staglia la morte, la sua bruttezza e il suo odore, la crudeltà di un popolo disperato e devastato. Port au Prince è una città alla fine della guerra, dopo un bombardamento a tappeto, non mirato.

La gente è sulla strada, davanti alle macerie, tra corpi malamente coperti da lenzuola che cominciano ad ingombrare i marciapiedi. Ogni strada ha i suoi morti in fila, accanto ai vivi terrorizzati nell'attesa della prossima scossa. I piazzali degli ospedali distrutti si riempiono di feriti. Un bambino senza un braccio da poco amputato giace quieto sul lettino, lo sguardo nel vuoto, la cicatrice fresca di un'assenza incolmabile ed indelebile, un piccolo corpo incompleto. Centinaia, centinaia di corpi riversati nel piazzale dell'obitorio, ammucchiati come rottami, fermi nella rigidità di quell'istante. Gonfi. L'odore arriva lontano. La posizione innaturale degli arti, il giallo della putrefazione, i volti e il sesso irriconoscibili. La bruttezza della morte già vecchia. Il numero inquadrato in un solo sguardo. E fuori dai margini. È un girone dell'inferno dantesco. È questo ciò che ci attende. Ma nell'intimità oscura della terra. Non sotto il sole spietato e impudico di mezzogiorno. Un sole afoso che riverbera l'odore e il giallo, le smorfie. I vivi camminano attraverso i morti, più morti che vivi, anime perse alla ricerca di qualcuno, di qualcosa da identificare. Poi quell'evento limite che segna un punto di rottura. Non c'è più un prima, non c’è più il dopo. Nel quartiere ricco di Port au Prince un uomo è nudo, mani e piedi legati. Lo trascinano lungo la strada, con un bastone lo colpiscono alla testa, una folla di curiosi segue lo spettacolo pubblico ridendo. La corsa finisce con l'uomo tra l'immondizia, di fronte ad una chiesa crollata. Il mio cuore batte violentemente, tremo ma non riesco a staccare gli occhi dal volto dell'uomo, dalla sua bocca insanguinata. Si strugge nel tentativo di catturare un respiro, e poi un altro. Ma è un gesto meccanico, la testa è spaccata e continuamente percossa da pochi uomini. È un ladro. E questa è una giustizia giusta, nessuno si oppone. Le facce sono divertite, c'è chi si sofferma a lungo per scattare una foto con il telefonino.

La mia rabbia sale. Penso che questa gente merita il terremoto, la povertà, il dolore. Ma è una rabbia che si mischia con l'odio verso me stesso. Perché non dico niente, perché non cerco di fermare quell'assassinio. Faccio quello che vogliono. Documento. Nessuno si oppone alla mia macchina. Questo atto di giustizia umana va fermato e divulgato. Sono parte del linciaggio. Sono il testimone. L'occhio straniero e necessario affinché il cerchio si chiuda. Avevo paura ma ciò non mi giustifica. Segue una breve discussione, capiscono che si preparano al gran finale. Mentre stento a crederci, mi sorprendo a fissare ancora quel volto, ad aspettare l'ultimo respiro. L'attrazione e la repulsione unite nel mio sguardo fisso verso l'istante irripetibile in cui il cuore dell'uomo cessa di battere. L'uomo viene coperto con l'immondizia, il fuoco nasce lentamente. Mentre ancora respira, l'uomo e' dato alle fiamme. Per lunghissimi minuti quell'unico mucchio di carne e rifiuti si solleva e si abbassa, e finalmente si ferma. L'istante ineluttabile e' arrivato, in silenzio. Ed io sono lì, nella rabbia e nell'inutilità della mia coscienza più umana. Quel giorno ho varcato una soglia. Era uno dei primi giorni dopo il terremoto. Molto ho visto dopo, altri uomini già morti succhiare gli ultimi respiri prima di annegare sull'asfalto. Uomini uccidere altri uomini, inutilmente. Il sangue sgorgare e rapprendersi. Un bambino con negli occhi la morte che lo ha graziato. Tutto ciò mi ha indignato ma non mi ha scosso. Quel giorno ho visto un uomo essere ucciso. Lentamente. Ho visto l'istante in cui si passa da essere vivente a corpo, da coscienza a nulla. Ho visto la fine. Ho ucciso e sono stato ucciso. Se è vero che ogni giorno non siamo mai gli stessi del giorno prima, in quel momento una vita intera mi è passata dentro. E non c'è un senso, un perché la cui ricerca ti faccia non tanto comprendere quanto anche solo accettare. Rimane solo una distanza, una lontananza incolmabile dalle cose.

10/02/2010





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