Vibrazione FC 15
2009
elaborazione digitale
stampa su plexiglass
cm 115 x 80
Vibrazione FB 31
2009
elaborazione digitale
stampa su Dibond
cm 92 x 72

 

Carlo D’Orta nasce a Firenze nel 1955, vive a Roma dal 1974. 
Il suo incontro con l'arte è abbastanza recente ma immediatamente prorompente. Allievo di SIlvia Ziino e di Tullio De Franco si dedica essenzialmente alla fotografia digitale e alla pittura. 


[...] Carlo D’Orta da anni ha iniziato a studiare pittoricamente la città con un piglio analitico che prendendo le mosse dall’immagine oggettiva, attraverso la scelta di determinati soggetti, è riuscito ad evidenziare, con garbata ironia e senza moralismi, luoghi comuni, contraddizioni e ambiguità del nostro presente. Strade, vetrine, caffè e capi firmati, qui da interpretare come repertorio di una nuova simbologia urbana che ha basato la sua condivisione, in termini di “conoscenza”, sull’opposto concetto di esclusività, hanno assunto per anni, nei suoi dipinti, una centralità pressoché assoluta. Questo percorso si è poi andato arricchendo nel tempo di sperimentazioni pittoriche basate su significative trasfigurazioni che, ben lungi dal profilarsi come un’apertura alla deformazione di marca espressionista, documentavano di fatto un uso particolare della fotografia - utilizzata per catturare dalla realtà certe deformazioni ottenute dalle superfici riflettenti - da intendersi come ulteriore possibilità ricognitiva per il reperimento di elementi da tradurre pittoricamente. 
[...] Sono nati così una serie di quadri in cui si evidenzia quasi la necessità di mollare gli ormeggi dalla figurazione per cercare l’approdo nei territori di un singolare aniconismo, assolutamente referenziale, che D’Orta raggiungerà presto attraverso il doppio, spettacolare paradosso di un’astrazione colta attraverso la realtà afferrata da una fotografia che esprime valori pittorici. 
[...] E se la pittura faticava a rappresentare quella sorta di eresia dell’iperrealismo, con le sue suggestive quanto oggettive deformazioni prese dal riflesso della realtà sulle facciate di vetrine e grattacieli senza correre il rischio d’esser fraintesa e catalogata in stanchi, passati ismi, la fotografia, per contro, poteva invece superare il proprio limite - la fredda oggettività - solo attraverso una realtà oggettiva, ma irriconoscibile; quindi rimanendo se stessa nella sostanza, ma negandosi per la forza squisitamente pittorica della sua forma definitiva.
[...] Piuttosto questi lavori, ad un tempo così vicini e così lontani dalla realtà e che poco o nulla sembrano concedere alla dimensione della spiritualità già fondamentale per tanta avanguardia, in virtù del percorso che li genera sembrano tracciare l’ipotesi di una inedita via “laica” all’astrazione, altra ed equidistante rispetto a formalismo e spiritualismo. 
Una via imprescindibile dall’immanenza della metropoli, con le sue strade, i grattacieli, le vetrine, e tutte quelle suggestioni che dimostrano, nel percorso di D’Orta, una straordinaria quanto insospettabile coerenza.

Andrea Romoli Barberini



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