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Just two fuckin’ horses,
60 mt di tondino di ferro, 2002 |
JackHammers_MeaCulpa,
12 martelli pneumatici di gesso, ostie, 2005 |
Horse,
24 mt di tondino di ferro, 2000 |
Qualcuno ha detto che «l’artista é un errore
biologico rispetto all’opera d’arte»; quando l’artista scolpisce
un’opera sospesa nell’aria, leggera ed eterea, sfidando le leggi
della natura, mi sembra che il gioco di parole sia fatto. Quante
volte il riguardante si chiede come abbia realizzato quella sfida
(alla) fisica, il come e il perché di una scelta artistica e di
un’idea. La risposta é data dal velenoso aforisma che, nel nostro
caso, parla della capacità dello scultore di trasformare la natura
delle cose e dei materiali, allontanandosi dal valore vero per
privilegiare quello osservato.
Tanto più è diversificato il lavoro di un artista,
nel caso di Davide Orlandi Dormino di uno scultore, un ritrattista,
un pittore, un performer, tanto più arduo sembra l’obiettivo
di tessere dei fili che ricongiungano un percorso di azioni
comportamentali che connotano non tanto il suo lavoro ma la sua
personalità esplosiva. Il suo modo di essere e il suo rapporto con
l’oggetto osservato sono la sostanza e il motore di tutti i suoi
interventi artistici. La carica vitale e l’energia del gesto veloce,
sintetico e “incidente” sul soggetto parte da una necessità:
lasciare una traccia del suo intervento sulle figure, scelte a
partire da una motivazione emotiva, scavate e sviscerate, fino ad
essere possedute da un’analisi impietosa dell’occhio; la loro
still life è sempre presente, apercettibile, avvertita dal
passaggio irruento delle mani, strumenti dello scultore tra cui il
soggetto si abbandona. Il filo conduttore delle sue azioni è
tenuto teso proprio dalla sua ricerca plastica che può esprimersi
lungo i canali di varie forme artistiche. L’artista non è altro che
un indagatore della forma e la sua ispirazione nasce da un’azione
nel quale è coinvolto direttamente, assimilandone la percezione o
l’idea di apprendere cose nuove in relazione a dati morfologici già
noti: il dato fisico o naturale viene trattato a volte con l’ironia
dello scarabocchio (dai Cavalli in tondini di ferro o
tratteggiati a matita, ai Ritratti di grandi dimensioni), a
volte con il tratto forte e deciso del manipolatore di forme, come
nele figure di Santi e Guerrieri, scolpiti in
movimento, corrosi e abbandonati alle leggi del tempo della
durata: «il più sfuggente di tutti i sentimenti, spesso più
veloce di un attimo, non prevedibile, non controllabile,
inafferrabile, non misurabile (Peter Handke)».
L’occhio fotografico del Dormino è analitico, veloce,
studia l’immagine nella continuità del movimento, soggetta alla
spinta dei vettori di forza che modificano la forma e le sottraggono
sostanza, mentre la mano toglie il superfluo, modella, alleggerisce
il peso in contraddizione con le leggi fisiche della scultura.
Marmi, ferro, argille, gessi, work in progress restituiscono
vita alla cosa inanimata, quando vengono contestualizzati nello
spazio reale della luce che anima il loro “essere memorie” della
carne e del sangue che scorreva nelle vene delle loro vite
precedenti; i soggetti rappresentano ombre naturali o umane perché
nascono nel e dal movimento che modifica ogni aspetto del corpo, del
carattere e della materia delle cose. Le figure sono investite
idealmente da una spinta fluidostatica e dall’energia del gesto,
teso a cercare i “centri di spinta” degli oggetti (Angeli e
Guerrieri), le immagini sono agite dalla luce naturale che
ruba atomi di materia e crea osmosi con uno spazio sempre arioso,
abitabile, vuoto (Cavalli e Jack hammers).
Le forme sono sostenute da un centro che è sempre la
personalità visionaria dell’artista. Al di là della pura apparenza
accademica nella scelta dei soggetti che sembrano rimanere allo
stadio del bozzetto, esiste una motivazione inconscia nel lavoro del
Dormino: l’artista sembra comunicare allo spettatore che lo studio
di un soggetto resta pur sempre incompiuto nel momento in cui non
gli viene rubata l’anima e questo atteggiamento è dichiarato dalla
possibilità di lasciarsi aperta una strada per riguardare la figura
e riprodurla con la materia più adatta alla sua natura.
Un altro aspetto
della sua produzione artistica è la mancanza di drammaticità: ogni
lavoro, anche il più indagatore della natura umana, è un inno alla
gioia di vivere, anche quando scava l’identità del soggetto che
rappresenta pur sempre un “carattere” vicino alla sua indagine
plastica e introiettiva. L’aspetto più mistico che è apparso nella
sua ultima produzione (Protection, Jack hammers) è segnato da
una nuova esigenza contemplativa e dalla volontà di protezione del
soggetto. Il dato ironico e ambiguo pur sempre presente nel suo
operare si concentra soprattutto sull’aspetto linguistico: i titoli
degli ultimi lavori (5Sensiunici, Protection, Jack hammers)
indicano strade del linguaggio da afferrare, segnalano anagrammi
didascalici che proclamano la fine crocifissa dell’arte, oppure la
sua sacralità nel tempio privato dell’artista, indicandone la strada
da seguire all’interno di un risvolto sociale.
Il rinnovato coraggio di essere uno scultore nella
realtà contemporanea è unito insieme a un’indifferenza nei confronti
delle tecnologie che tolgono all’uomo una delle linfe vitali della
capacità creativa: l’eterna sfida tra l’uomo e la natura, la
riduzione della materia alla superiorità dell’idea.
L’opera in ferro, ad esempio, narra il travaglio del
suo formarsi ed è sottomessa a una prova fisica: il filo è saldato
nodo per nodo, piegato, reso espressivo e poetico, come se i nodi
fossero dei punti di concentrazione dell’energia, dai quali si
irradiano delle vere e proprie vene di forza. Ripercorrendo il
processo formativo dell’opera, che giunge all’estrema
drammatizzazione dello stesso materiale (il filo spinato, l’ostia,
la materia in decadenza), l’artista (ri)possiede la forma nella
durata che “si attua come memoria concreta non solo del processo
formante, ma della stessa personalità formatrice”, secondo un
aspetto delLa Definizione dell’arte di Umberto Eco.
Per capire l’opera del Dormino bisogna possedere la persona del
creatore fattasi oggetto fisico. Ambigui e molteplici sono i
punti di vista secondo i quali le sue opere si sviluppano, nel
movimento distruttivo dei riflessi della luce; la leggerezza e
l’equilibrio della materia sono ottenuti dalle molteplici variazioni
delle soluzioni formanti. Il distacco e la sottile ironia dei suoi
soggetti oggettivati, investiti dalla sua irruenza, rammentano che
l’arte è un gioco assoluto, semi-serio, in costante tensione a
produrre una nuova storia e innumerevoli letture.
Paola D’Andrea
Cenni biografici
Davide Orlandi Dormino
nasce a Udine il 19 Giugno 1973, vive e lavora a Roma. Dal 1991
opera come scultore e performer.
Il filo conduttore delle sue azioni è tenuto teso proprio dalla sua
ricerca plastica che può esprimersi lungo i canali di varie forme
artistiche.
La sua scultura si muove in una ricerca originale che punta alla
trasformazione della materia (dalla creta al gesso, alla pietra, al
metallo, all’uso di più materiali contemporaneamente) e dello spazio
quando la scultura si fa installazione.
Dal 2003 è titolare della Cattedra di Scultura presso la R.U.F.A.,
Rome University of Fine Arts - Libera Accademia di Belle Arti di
Roma Legalmente Riconosciuta.
Principali esposizioni
III Biennale della Pietra - Simposio Internazionale di Scultura su
Granito, Alpalhao (Nisa) Portogallo (2005);
Genius Loci, Viterbo (2005);
Protection, Mercati di Traiano, Roma (2004);
Merce Fragile, Palazzo Valentini, Roma (2004);
Inchiostro Indelebile, MACRO – Ex-Mattatoio, Roma (2004);
Biennale di Porto Ercole, Forte Stella, Porto Ercole (GR) (edizioni
2002 e 2003);
Ateliers, Galleria comunale d’arte Moderna (attuale MACRO), Roma
(2000).
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