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L’ATTITUDINE DEL FARE
di Raffaele Gavarro
2003
Una
delle funzioni fondamentali dell’arte è quella di
renderci capaci di riconoscere il pensiero e la percezione
in modi che altre cose non ci consentono di fare.
È
Richard Serra che parla, anzi scrive nel catalogo della
Biennale di Venezia del 2001. Dice una cosa che senza
dubbio molti pensano, ma che naturalmente solo pochi
riescono a rendere inequivocabile.
Abituati
come siamo all’uso del principio della verosimiglianza
per valutare tutto ciò che è produzione visiva, ivi
compresa l’arte, abbiamo per così dire perso di vista
delle questioni che proprio dall’arte emanavano su tutto
il visivo e il pensiero che vi presiedeva. Poco male, nel
senso che quando le logiche diventano collettive, più che
una problematica individuano evidentemente una soluzione
utilizzabile con estrema facilità. L’immagine, intesa
nella sua forma più comune di riflesso della realtà,
quasi sempre dedotta o ispirata dalle capacità illusive
delle nuove tecnologie, è così diventata la nostra
costante dentro e fuori l’arte. Roland Barthes non a
caso disse che non era stato il film, ma la fotografia a
dividere la storia del mondo in due parti, o meglio il suo
essere protagonista della rappresentazione in un prima e
in un dopo. Barthes naturalmente diceva una cosa tanto
banale quanto decisiva, e cioè che la fotografia era
stato il primo medium nella storia dell’immagine a
mostrare ciò che era realmente esistito. Non di meno la
fotografia qualche cambiamento l’aveva indotto anche
nella percezione temporale. Comunque è chiaro che da quel
momento niente è stato più come prima, e che noi
rappresentiamo la conseguenza al momento più lontana e
soprattutto più estrema dell’evoluzione di una
produzione e fruizione dell’immagine determinata da
quella rivoluzione. Così un’immagine non riscontrabile
e sovrapponibile con il corrispondente reale
ci lascia perplessi, ancora di più se la
rappresentazione non rappresenta un passaggio
comunicativo, un’interfaccia attiva tra l’opera,
l’autore, noi e la realtà in cui ci muoviamo. Tutto è
modellato sul concetto di autorun.exe, per cui il senso
delle cose è dato dalla decodificazione immediata
dell’immagine.
O
almeno così ci sembra che vadano le cose, diciamo nel suo
andamento generale. Ad esempio la scultura, l’ambito
tridimensionale, non sempre è così semplice da
ricondurre in questa equazione, dove tutto corrisponde
perfettamente. Non è un caso che quelle parole iniziali
siano scritte da uno scultore, il più grande vivente, che
poco oltre parla di spazio, di contesto e di materiali
corrispondenti, nonché di pensiero contenuto
all’interno del dialogo che l’opera genera in rapporto
al suo spazio.
È
da questo punto di vista, tenendo conto del contesto in
cui siamo, che ho cominciato a guardare al lavoro di Paolo
Di Capua, strappandolo in modo deciso ad una consuetudine
interpretativa e di conseguente azione, che lo posizionava
in quella terra di nessuno che è l’astrazione.
Partendo
proprio dall’evidenza di una fabrilità e di un rapporto
con i materiali, da cui deriva netta l’occupazione di
uno spazio, la questione affrontata
assume più la fisionomia di uno stare al mondo che
di un astrarsi da esso.
Forma,
spazio e materia. Già nei lavori,
esposti al Palazzo delle Esposizioni di Roma, all’inizio
del decennio dei novanta – “Sacro recinto”,
“Custode del tempio”, “Per il tempio comune” –
questi erano elementi in necessario dialogo e scambio
nella formulazione di un pensiero efficace. Il linguaggio
tiene evidentemente conto delle esperienze dell’arte
povera, ma distillandole attraverso un filtro orientale.
Il riferimento è senza dubbio al gruppo Monoha
(scuola delle cose), che alla fine degli anni sessanta
utilizzò elementi naturali e manufatti piuttosto
elementari per realizzare installazioni e sculture. Di
Capua fa riferimento soprattutto a Lee
U Fan, iniziatore e teorico del gruppo, piuttosto
che a Kishio Suga che si muoverà in situazioni
installative più di tipo ambientale e naturalistico. La
lezione dell’arte povera viene così riportata ad una
sorta di grado zero dei materiali e delle forme che
possono direttamente determinare. È così ancora nel
1994, dove al Castello Spagnolo di L’Aquila, Di Capua fa
un primo punto sul suo lavoro realizzando anche
un’installazione più di tipo ambientale nel fossato del
castello. Si tratta di una sorta di tratteggio lungo circa
sessanta metri, con cui viene disegnata una forma
ellittica che si contrappone ai volumi e alle geometrie
dell’architettura del castello.
Più
chiara emerge nei lavori successivi del 1995 la componente
architettonica e di ricerca di una relazione spaziale più
nettamente definita. “Luoghi di ascolto” e soprattutto
“Osservare il silenzio”, con tutte le sue possibili
variazioni, cercano tra l’altro una interazione con il
fruitore che diventerà ancora più significativa nel
lavoro del 1996 “Raccogliete una pietra, scegliete dove
posarla o se scagliarla”. Si tratta di un momento
decisivo, un lavoro che riesce a coniugare tutti gli
elementi del suo pensare e agire. La semplicità delle
materie, pietra e legno, della forma che trova locazione
in un angolo e che si fa oggetto con la suddivisione in
mensole, il chiaro spirito zen che governa l’invito alla
nostra scelta, tutto procede in una direzione univoca di
sviluppo armonico in cui l’individuo è indissolubile
dalla collettività in cui si muove. Si intravede in
questo lavoro un’intenzione politica, un’indicazione
alla conciliazione che emergerà ancora più esplicita
nelle grandi forme lignee del 1988 titolate “Per
l’incontro delle dottrine contrapposte”. Se c’è
forse una cosa che gli
si può imputare è un’eccessiva esplicitazione
nei titoli.
È senza dubbio il risultato di una generosità
comunicativa, quasi il bisogno di un’immediatezza
verbale che contrasta con il mistero archetipico contenuto
dalle forme. Ma questa dell’intenzione politica è una
questione affascinante in un lavoro apparentemente
distante dal quotidiano, dalla realtà intesa come
reperibilità oggettuale di uso e consumo. Viaggiatore
appassionato, Di Capua è evidentemente un innamorato
dell’umanità ed è a lei che pensa quando importa la
propria riflessione politica nel suo lavoro. Il suo
attraversamento del mondo e dei pensieri che lo
qualificano è un processo di conoscenza, di tracce che si
sedimentano e formano un piano di comunicazione comune. Un
delicato microlavoro di connessioni individuali che senza
clamore raggiungono l’obiettivo di una partecipazione
alla tessitura di un tessuto collettivo. Proprio questo
dimensionamento dell’individuo nell’ambito di una
collettività sempre riconoscibile, è la
sua intenzione etica, politica.
Una
concezione che trova espressione visiva nella “Crescita
di piante notturne”, un gruppo di trentacinque steli
alti duecentosessanta centimetri che costituiscono un
insieme suggestivo per il fragile equilibrio formale che
l’attraversa. È il lavoro che lo ha tenuto impegnato
per gli ultimi due anni, dal 2001 al 2003, e che prima di
ogni cosa esprime quell’attitudine del fare che per Di
Capua costituisce la sorgente e l’approdo del proprio
lavoro. Ma rappresenta anche un passaggio ulteriore, l’esplicitazione
di una condizione immaginativa, quasi visionaria, che non
era mai emersa in precedenza. La foresta di piccole
geometrie, che a tratti sembrano uscire da un quadro di
Paul Klee – da una cui opera del 1922 per inciso
ricordiamo che il titolo è tratto – traccia traiettorie
non prevedibili, disegnando fregi leggeri come l’aria
che sembra aver direttamente modellato il legno. La natura
come esempio concettuale di continuo sviluppo e di
adattamento alle mutabili condizioni dell’ambiente, è
così il parametro cui individuo e collettività devono
fare riferimento ancora oggi in piena epoca ad alta
tecnologia. Del resto alla natura produttrice di forme,
alla vita nascente e rinascente, cui fa riferimento
appunto il lavoro di
Di Capua, la
stessa tecnologia non può fare a meno di ispirarsi.
Cenni
biografici
PAOLO
DI CAPUA nasce
a Roma nel 1957, è diplomato in Scultura presso
l’Accademia di Belle Arti di Roma.
Dal
1983
frequenta i laboratori di Pietrasanta dove ha realizzato
parte dei suoi lavori in pietra. Nel 1992
ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Arti Visive.
Lavora con legno e pietra con una attenzione particolare
al valore dello spazio e alle strutture naturali delle
materie. In alcune occasioni coinvolge altri artisti o il
pubblico ad intervenire sul suo lavoro.
Dal marzo 2000
ha aperto, nel suo studio, lo spazio HyunnArt dove è
attiva una programmazione espositiva internazionale.
Tra
le ultime mostre:
2002 - Roma, Accademia di S. Luca, Workshop in
collaborazione con Stalker, 2002 - New York, Concentric
Art Studio “New York”
2003 - Seoul, Oan Kyu-Paolo Di
Capua - Song Mee Ryung Gallery
Roma, “Crescita di piante notturne” Sala 1 - personale
2004 - Roma, "Presenze Inconsuete" - Parco di
Aguzzano
Collezioni:
Grafelfing Art Museum, Munchen - Collezione Centro
Direzionale Alitalia – Residenza di Ripetta, Roma - G.
Jaffin Collection, N.Y.
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