Se un uomo si dice filosofo  e non ha mai avuto un attentato alla vita, credete per certo che in lui non c’è niente di buono

Rinascendo in molteplici forme e corpi, permutando incessantemente i cammini della propria esistenza, l’arte, e con lei l’artista – parafrasando la paradossale asserzione di Thomas De Quincy - con consapevolezza quotidiana, attenta alla sua stessa vita. Procede funambolicamente su una sorta di campo minato, della visione e della rappresentazione del mondo, in cui la forma mette in discussione la materia; e l’idea ed il pensiero, ancora più pericolosamente, mettono in crisi la forma.  E’ uno stato di condizione all’interno del quale  solo un esercizio di grande “equilibrio” permette all’artista di sopravvivere, di discendere verso una profondità, di tramutare la dispersione, la mescolanza ed il caos nel segreto di un’armonica unicità.  Lo si avverte nel clima del nostro tempo, dove all’opera  come “conciliazione” si è sostituito un fare artistico che si impone con il segno della “dissonanza”, sospinto quasi suo malgrado alla ricerca di potenzialità espressive che in qualche modo, costantemente, lo rigenerino.  

Così, tanto in quelle figurative come nelle altre arti, ci confrontiamo con messaggi che disturbano la superficie delle convinzioni acquisite e delle certezze imposte, diffidano delle mediazioni, tendono all’essenziale. E non possono essere cancellati con correzioni successive.  Un atteggiamento di fondo, generale, che non coincide, né tanto meno è generato, da un bisogno del “nuovo” a tutti i costi, ma piuttosto nasce dalla consapevolezza che la “verità” possa risiedere altrove, terribilmente “altra” (altra dalle forme, altra dalle apparenze, altra dal tempo e dallo spazio).  Nell’arte, sempre, si può leggere in filigrana la messa in scena, il dramma di un sacrificio, il quale, in ogni opera, corrisponde, per ragioni di necessità, all’annullamento dell’identità del proprio autore.  Con questo mezzo l’espressione di Oan Kyu raffigura il pensiero e questa raffigurazione concreta dà la consapevolezza che esprimersi non è evocare, ma realizzare. Non una immagine restituiva di una visione del mondo, ma un’immagine del mondo.  

 Simbolo estremo di una  perdita di “presenza”, al pari della scrittura  che arriva quando la parola si ritira, le “immagini del mondo”, quelle dell’arte, compaiono in vita quando il mondo reale si allontana. Un tentativo, l’arte, di incapsulare lo spirito e l’ispirazione, ma sempre e comunque  simbolo di un’assenza o, meglio, presenza di un’assenza. Ogni opera è assimilabile al volume vuoto e rovesciato di una “camera”, smisuratamente chiusa, nella quale, come calandosi in un pozzo, l’autore tenta un varco attraverso il quale  ricondurre la “molteplicità” ed il caos verso quel senso e sentimento di “unità” che sono base di tutti i miti  e della nominazione delle cose e del mondo.  

Esercizio di “equilibrio” che consiste nell’isolare il “guadagno”, ottenuto da ogni comportamento mediato e immediato e sentire personale, in “gesti” che possano ritornare, senza eccessivo sovraccarico di materia,  al principio  e senso da cui sono originati e che preesiste loro.  Un senso competente ad un  sapere” fondato sulla percezione visiva, ma, paradossalmente, esterno  alla sua fisicità ed alla sua fenomenologia:  allo sguardo che indugia sulle opere si accompagna la nostra consapevolezza di un “non detto”, di un qualcosa che non cade sotto i sensi, ma che è presente al pensiero e agisce sullo sguardo.

Mario de Candia 2003

 "Scrittura prima della scrittura" 
testo di Lorenzo Mango

Lieve, fin quasi a sfidare la trasparenza, o addensato fino a sfiorare la compattezza della superficie, un reticolo fine di linee orizzontali campisce, metodicamente, i quadri di Oan Kyu. Un segno leggero, che attraversa l'intero specchio della carta da sinistra a destra e che si ripete secondo un ordine verticale coerente e logico riempiendo totalmente lo spazio, è il materiale linguistico che utilizza Oan Kyu. Materiale elementare e minimale, frutto di una impostazione "logica" del problema della pittura. Ciò che conta, ciò che definisce l'immagine dell'opera, è la costruzione, la tensione ad una dimensione analitica del fare artistico che rifugge da ogni tentazione espressiva e rappresentativa aspirando, di contro, ad una sorta di definizione del linguaggio da ricondurre con grande chiarezza alla scrittura.

Sarà forse per i materiali che usa, quelli propri del calligrafo delle sue terre di Corea, l'inchiostro a bacchetta da macinare con gesto rituale, i pennelli dal corpo spesso e dalla punta aguzza, le carte fibrose ed altamente assorbenti, ma di fronte a questi lavori si ha precisa sensazione di come l'elemento scritturale si coniughi organicamente col fatto pittorico. Anche quando non è presente alcuna assonanza segnica, alcuna evocazione di immagine. Oan Kyu risale alla scrittura proprio attraverso quella logica costruttiva cui si faceva riferimento. La organizzazione analitica della superficie prende corpo nella costanza di un segno che attraversa il foglio, addensandosi qui in macchie e sfumando impercettibile altrove.

La gestazione dell'opera è lunga e paziente. Il pennello scorre, la mano lo guida, la carta assorbe l'inchiostro: ecco che la pagina è composta. Così come gli amanuensi vergavano i fogli negli antichi monasteri. La scrittura è un atto, un'attitudine dello spirito, al di là di ogni evidenza verbale o di qualche corrispondenza iconografica. E' ad una scrittura prima della scrittura che fa riferimento Oan Kyu, un luogo originario che è fonte vitale anche della pittura, intesa quale atto del dipingere. E, difatti, quell'impressione di costruttività analitica che risulta al primo impatto col lavoro si va, man mano che lo si frequenta, stemperando. Resta come un sottofondo di rigore su cui si modula il ritmo del fare, dell'agire della mano che assume un sapore di alta liricità musicale.

La dualità tra ariosità e spessore da cui si è partiti rappresenta il dato fenomenologico di questa scrittura pittorica. Via via che la superficie si va coprendo emergono tessiture oblique, trasversali del segno che nella sua riproduzione scopre irrequiete irregolarità, piccole tensioni di immagine e le asseconda. La scrittura si trasforma, così, in una sorta di partitura musicale, di uno spartito che non ha limiti, di una musica oltre i suoni. O, all'inverso, rammenta in maniera nettissima l'ordito di un telaio. Tanto lieve, incorporea, immateriale è la pittura di Oan Kyu, quanto è febbrilmente costruita. Tanto suggerisce evanescenze musicali, quanto è saldamente fondata sulla tecnica del fare.

Cenni biografici:

OAN KYU nasce in Corea del Sud nel 1953. Dopo gli studi in Europa e in Corea, ha tenuto la sua prima personale nel 1975 alla Growrich Gallery di Seoul, realizzando in seguito esposizioni in Corea, Europa e U.S.A..Negli anni Settanta ha insegnato tecniche di Incisione presso le Università Seong Shin di Seoul e Yeoung Nam di DaeGu. Nell’ultimo decennio utilizza esclusivamente inchiostro di china su carte orientali.

Suoi lavori sono presenti nelle collezioni del Museo Nazionale d’Arte Moderna di Corea, del SamSung Contemporary Art Museum, BatangGol Museum e del Hansol Art Museum di Seoul.

Tra le recenti mostre: 
2001 - Cais Gallery di Seoul
2003 - Galleria Sala 1 di Roma
Song Mee Ryung Gallery
2004 - Ie Young Contemporary Art Museum
Presenze Inconsuete - Parco di Aguzzano - Roma

 

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