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“Se
un uomo si dice filosofo e
non ha mai avuto un attentato alla vita, credete per certo che in
lui non c’è niente di buono” Rinascendo
in molteplici forme e corpi, permutando incessantemente i cammini
della propria esistenza, l’arte, e con lei l’artista –
parafrasando la paradossale asserzione di Thomas De Quincy
- con consapevolezza quotidiana, attenta alla sua stessa
vita. Procede funambolicamente su una sorta di campo minato, della
visione e della rappresentazione del mondo, in cui la forma mette
in discussione la materia; e l’idea ed il pensiero, ancora più
pericolosamente, mettono in crisi la forma. Così,
tanto in quelle figurative come nelle altre arti, ci confrontiamo
con messaggi che disturbano la superficie delle convinzioni
acquisite e delle certezze imposte, diffidano delle mediazioni,
tendono all’essenziale. E non possono essere cancellati con
correzioni successive.
Simbolo
estremo di una perdita
di “presenza”, al pari della scrittura
che arriva quando la parola si ritira, le “immagini
del mondo”, quelle dell’arte, compaiono in vita quando il
mondo reale si allontana.
Esercizio
di “equilibrio” che consiste nell’isolare il “guadagno”,
ottenuto da ogni comportamento mediato e immediato e sentire
personale, in “gesti” che possano ritornare, senza
eccessivo sovraccarico di materia,
al principio e senso da cui sono originati e che preesiste loro.
Un senso competente ad un
“sapere” fondato sulla percezione visiva, ma,
paradossalmente, esterno alla
sua fisicità ed alla sua fenomenologia: allo sguardo che indugia sulle opere si accompagna la nostra
consapevolezza di un “non detto”, di un qualcosa che
non cade sotto i sensi, ma che è presente al pensiero e agisce
sullo sguardo. Mario
de Candia 2003 Lieve, fin quasi a sfidare la trasparenza, o addensato fino a sfiorare la compattezza della superficie, un reticolo fine di linee orizzontali campisce, metodicamente, i quadri di Oan Kyu. Un segno leggero, che attraversa l'intero specchio della carta da sinistra a destra e che si ripete secondo un ordine verticale coerente e logico riempiendo totalmente lo spazio, è il materiale linguistico che utilizza Oan Kyu. Materiale elementare e minimale, frutto di una impostazione "logica" del problema della pittura. Ciò che conta, ciò che definisce l'immagine dell'opera, è la costruzione, la tensione ad una dimensione analitica del fare artistico che rifugge da ogni tentazione espressiva e rappresentativa aspirando, di contro, ad una sorta di definizione del linguaggio da ricondurre con grande chiarezza alla scrittura. Sarà forse per i materiali che usa, quelli propri del calligrafo delle sue terre di Corea, l'inchiostro a bacchetta da macinare con gesto rituale, i pennelli dal corpo spesso e dalla punta aguzza, le carte fibrose ed altamente assorbenti, ma di fronte a questi lavori si ha precisa sensazione di come l'elemento scritturale si coniughi organicamente col fatto pittorico. Anche quando non è presente alcuna assonanza segnica, alcuna evocazione di immagine. Oan Kyu risale alla scrittura proprio attraverso quella logica costruttiva cui si faceva riferimento. La organizzazione analitica della superficie prende corpo nella costanza di un segno che attraversa il foglio, addensandosi qui in macchie e sfumando impercettibile altrove. La gestazione dell'opera è lunga e paziente. Il pennello scorre, la mano lo guida, la carta assorbe l'inchiostro: ecco che la pagina è composta. Così come gli amanuensi vergavano i fogli negli antichi monasteri. La scrittura è un atto, un'attitudine dello spirito, al di là di ogni evidenza verbale o di qualche corrispondenza iconografica. E' ad una scrittura prima della scrittura che fa riferimento Oan Kyu, un luogo originario che è fonte vitale anche della pittura, intesa quale atto del dipingere. E, difatti, quell'impressione di costruttività analitica che risulta al primo impatto col lavoro si va, man mano che lo si frequenta, stemperando. Resta come un sottofondo di rigore su cui si modula il ritmo del fare, dell'agire della mano che assume un sapore di alta liricità musicale. La dualità tra ariosità e spessore da cui si è
partiti rappresenta il dato fenomenologico di questa scrittura
pittorica. Via via che la superficie si va coprendo emergono
tessiture oblique, trasversali del segno che nella sua
riproduzione scopre irrequiete irregolarità, piccole tensioni
di immagine e le asseconda. La scrittura si trasforma, così, in
una sorta di partitura musicale, di uno spartito che non ha
limiti, di una musica oltre i suoni. O, all'inverso, rammenta
in maniera nettissima l'ordito di un telaio. Tanto lieve,
incorporea, immateriale è la pittura di Oan Kyu, quanto è febbrilmente costruita. Tanto suggerisce evanescenze
musicali, quanto è saldamente fondata sulla tecnica del fare.
Cenni biografici: OAN
KYU nasce in Corea
del Sud nel 1953. Dopo gli studi in Europa e in Corea, ha tenuto
la sua prima personale nel 1975 alla Growrich Gallery di Seoul,
realizzando in seguito esposizioni in Corea, Europa e U.S.A..Negli
anni Settanta ha insegnato tecniche di Incisione presso le
Università Seong Shin di Seoul e Yeoung Nam di DaeGu.
Nell’ultimo decennio utilizza esclusivamente inchiostro di china
su carte orientali. Suoi
lavori sono presenti nelle collezioni del Museo Nazionale d’Arte
Moderna di Corea, del SamSung Contemporary Art Museum, BatangGol
Museum e del Hansol Art Museum di Seoul. 2001 - Cais Gallery di Seoul 2003 - Galleria Sala 1 di Roma Song Mee Ryung Gallery 2004 - Ie Young Contemporary Art Museum Presenze Inconsuete - Parco di Aguzzano - Roma
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| a cura dell'Ass. "Merzbau - Arte e Cultura" sede legale via del Badile 14 - ROMA - tel. 347 7074779 fax 06.23317832 |
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