Home > Magazine > Recensioni > articoli

TIRANNI E TIRANNICIDI
Marcello Carriero

Dove: Galleria L'attico
Quando: 28/10/2003 - 30/12/2003
Info: via del Paradiso, 41 tel 066869846. tutti i giorni esclusa la domenica, ore 17.00-20.00

L’immagine dell’abbattimento della statua di Saddam Hussein ha fatto il giro del mondo ed è l’emblema mediatico della fine della dittatura in Iraq. La damnatio memoriae del regime totalitario inizia dalla decurtazione di simboli e dalla cancellazione di qualsiasi ritratto del dittatore, sicché, prima del cambiamento effettivo del regime, si distrugge la sua apparenza. La maturazione di una funzione propagandistica dell’immagine sconfina nell’insistenza della fisiognomica del dittatore che tende a neutralizzarsi e, a lungo andare, diventare simbolo, anzi, logo di uno Stato. Oltre al culto della persona, l’immagine suscita l’idea di una patria impersonata, di una condizione di perenne controllo ma anche di protezione paterna infusa quasi per ovviare ai singolari straniamenti dell’individuo dal sostegno allo Stato. Questo volto, in definitiva, è qualcosa di più di un ritratto poiché rassicura e, al tempo stesso intimorisce, dirige e terrorizza le menti tanto che il pittore che vi attiene non svolge mai un’attività autonoma ma agisce per un fine predeterminato, sia esso imposto da un ordine esterno sia da una convinzione interna molto spesso ancorata all’idea che l’arte debba essere assolutamente realista. Ad orientare questa preferenza c’è l’esigenza di rendere il messaggio più chiaro possibile per la maggior parte di pubblico possibile, la riconoscibilità del senso deve avvenire simultaneamente alla riconoscibilità del vettore di senso finché i due elementi coincidono, diventano un unicum. Il secolo scorso è stato il secolo dei regimi totalitari e, di conseguenza, dei ritratti “totalizzanti” dei dittatori alcuni dei quali con un gesto non privo di significato sono stati riproposti nella loro versione culturale e storiografica nella mostra Pagine nere all’Attico. Il nucleo originario della mostra risale ad un idea di Fabio Sargentini che, dieci anni fa, radunò tre ritratti in una mostra che durò solamente tre giorni. Stefano di Stasio ritraeva Mussolini ( 1994, olio su tela cm 80 X 100) in abiti borghesi immerso nel buio dello sfondo con un cappello a falde larghe sul cuore di fronte ad un piano su cui sono sparsi “magrittianamente” i luoghi simbolo della caduta del luglio ’43: l’albergo di Campo Imperatore, il monte Gran Sasso, ma anche l’aereo tedesco che lo liberò, tragico auspicio degli anni a seguire. Hitler ( 1994, olio su tela cm 80 X 100) per Giammarco Montesano è un immagine decolorata di un sogno storiografico che per quanto tremendo può rimanere quale fotogramma di un film di repertorio così come lo Stalin ( 1994, olio su tela cm80 X 100) di Paolo del giudice avvolto da una nube onirica, sembra lanciare lo sguardo lontano nello spazio da lontano nel tempo. A questo tripode di partenza si aggiungono altri volti tristemente noti sia per l’efferatezza delle loro gesta sia perché fortemente celebrati. Il dittatore spagnolo Franco (2003, olio su tavola, cm 80X100) di Mauro De Silvestre è un vecchio dalla carnagione lapidea che sembra occupare l’intercapedine visiva evidenziata da un gioco di riflessi in cui l’autore compare comprimario in un opaco autoritratto. Più netta è la truculenta sospensione del busto di Pinochet (2003, olio su tela cm 80 X 100) in un caos di pennellate ematiche di Marco Colazzo, un volto iperrealista dal sorriso agghiacciante che contrasta nettamente con l’icona televisiva di Milosevic (2003 olio su tela cm 80 X 100) alla sbarra del Tribunale dell’Aia dipinta da Bernardo Siciliano. Un ombra terrificante è invece il volto di gommapiuma fatto da Mojmir Ježek; è un Amin Dada (2003, gommapiuma su tavola, cm 80 X100) terribilmente deforme di cui occhi e bocca appaiono ferite di luce. Il Marcos ( 2003, tecnica mista su tavola, cm 80 X 100) di H.H. Lim è il ritratto in negativo del negativo, l’icona mortale del despota che appare come un documento di identità attraverso le luminescenti isoipse del volto, tutto nero su nero. Tutt’altra matrice è quella che ha guidato la mano di Aurelio Bulzatti in un’interpretazione del doppio ritratto di Pol Pot (2003 olio su tela cm 80 X 100) in cui il viso sorridente e serafico del dittatore contrasta con la mostruosità della divinità che appare alle sue spalle. Infine, Felice Levini propone il suo Saddam Hussein (2003, tecnica mista su tavola, cm 80 X 100) nell’immagine mediale del Joker del mazzo di carte, in una versione Pop che fa riflettere quanto questo dittatore sia stato creato e distrutto dagli americani, in una forma di proposizione istallativi la manina che ci offre la carta da gioco ci riconnette automaticamente al presente, un presente in cui la dittatura non usa un iconografia enfatica, e sovrastante, ma uno strumento di propaganda più subdolo e apparentemente “democratico”, che spinge al confortante bisogno del suo utilizzo, necessario a sentirsi bene con in un orizzonte non più governato dall’immagine del Capo ma da un’immagine “da Capo”.

01/11/2003

a cura dell'Ass. "Merzbau - Arte e Cultura" sede legale via del Badile 14 - 00159 - Roma | Cell. 347 7074779 - Fax +39 06 97258910