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Elio Corcione: “Alla deriva”
Giuseppe Miceli

Dove: Monogramma
Quando: 27/02/2004 - 17/03/2004
Info:

Plasmare la vita - olio su tela - 69 x 62

Sfondi senza spazio, stesure spurie, colori svuotati, elementi antropoidi, una tecnica pittorica che talvolta approda nel naïf, pur partendo dalla metafisica più allegorica con chiare radici espressioniste, tutto ciò in sintesi è quel in cui ci s’imbatte fino al 27 marzo alla Galleria Monogramma. Quella del Corcione è una pittura quasi di fattura infantile che ieraticamente propone al riguardante un mondo inconscio, sfocato e perplesso; una dimensione privata, intima e largamente interpretabile entro la quale sembra assente qualsiasi sorta di legge fisica, qualsiasi rimando al “naturale”, qualsivoglia concretezza se non quella della speculazione, della proterva introspezione della realtà, che, incapace di trovare risoluzioni finali al proprio malessere, alla propria inadeguatezza, ripropone se stessa in un’inanità metafisica e filosofica, senza limiti spazio-temporali.

Attribuendo alla pittura il compito di postulare domande, forse niente affatto retoriche, riguardo la poetica del“L’Impossibile” – ciò che non è mai presente a sé, ciò che è assente e perduto per definizione,– pur non essendo presenti espliciti rimandi alla morte o al sesso, l’artista escogita un suo universo onirico, simbolico entro il quale un busto antropoide, vero e proprio elemento permanente della rappresentazione nei quadri del Corcione, ripropone se stesso in kafkiane situazioni (Esisto anch’io, cm 77x 58), in beckettiani estraniamenti, in raggelanti contorsioni, in ingenue identificazioni (Plasmare la vita, cm 62 x 69), come spunto e rivelazione sull’assenza dell'altro. Interrogativi e problematiche rivelate dai titoli delle opere, che nascono dall’eccessivo sfruttamento di temi che pretestuosamente s’impongono il compito di aprire dibattiti, come se non si fosse già dimostrata a iosa la non possibilità di comunicare al di fuori del mezzo artistico utilizzato, vedasi nel cinema il Blow-up di Antonioni, o nell’arte figurativa tutta l’arte povera e la dilagante autoreferenzialità della pittura e dell’arte post-moderna, che del proprio quotidiano fa tema portante e giustificazione.

L’alter ego antropico dell’artista, sospeso negli ineguali sfondi campiti da colori monolitici, resta quindi disperatamente il simbolo, la cifra stilistica, l’icona che cerca di travolgere le barriere del mezzo espressivo, la pittura nella fattispecie, e che pedissequamente viene sopraffatta: dal tema stesso dell’opera, dalla scarsità dei mezzi tecnici esecutivi, dall’abusata e ormai stucchevole prassi di offrire tramite il titolo dell’opera un’univoca chiave interpretativa della stessa.

Quello di Corcione è un universo in cui l’incongruo, lo spurio, la deformazione espressiva restano i soli caratteri che cercano di ricomporre lo iato generatosi dalla dicotomia tra il tema trattato e il titolo delle opere, tra l’espressività formale e l’esecuzione pittorica, o prodottosi dall’antinomia tra la pittura e la realtà di cui vorrebbero sollecitare un senso, un fine, una risoluzione.

04/03/2004

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