Home > Magazine > Recensioni > articoli

István Haraszt˙, l'arte in movimento
Cecilia Braschi

Dove: Accademia d'Ungheria in Roma
Quando: 22/04/2004 - 22/05/2004
Info: Palazzo Falconieri- via Giulia 1, Roma Tel. 06.6889671. Orario: dal Lunedì al Venerdì 10-13 e 16-19.30; Sabato 16.30 - 19.30 ingresso libero

Nella bellissisma cornice di Palazzo Falconieri, l'Accademia Ungherese presenta una monografica di István Haraszt˙, con opere per lo più recenti, ma riassuntive di un lungo percorso artistico. Sono sculture mobili in bronzo che lo spettatore deve attivare con un semplice gesto, opere cinetiche dai congegni elettronici, quadri a metà strada tra scultura e pittura.

Nonostante lo scultore ungherese abbia lavorato sempre nel suo paese - anche negli anni più avversi ad un'arte "non ufficiale" come la sua - il cinetismo di István Haraszt˙ appare idealmente molto vicino a quello maturato negli stessi anni da artisti che si confrontavano su un terreno internazionale tra Buenos Aires e Parigi, Zagabria e New York. La sua storia, però, è tutta ungherese.

Se l'arte cinetica fosse un albero - scherza Haraszt˙ - in Ungheria si ridurrebbe a poco più di un cespuglio. Eppure il cespuglio in questione ha radici ben profonde: vanno dalle sculture mobili di Lazlo Moholy-Nagy alle teorizzazioni di Victor Vasarely, passando per il fine costruttivismo di Lajos Kassàk. C'è un po' di tutto questo, in fondo, nelle opere di Haraszt˙, ma c'è anche molto di più.

Da sempre affascinato dalle nuove tecnologie e dai nuovi materiali, Haraszt˙ inventa nuovi meccanismi, nuovi ingranaggi, nuovi dinamismi con la stessa naturale ingegnosità con cui, da bambino, costruiva i propri giocattoli. A sua volta, lo spettatore - accantonata ogni forma di distante reverenza verso l'opera d'arte - è invitato ad attivare questi congegni proprio come fossero un gioco.

La spontaneità come chiave per avvicinarsi all'arte, quindi, ma anche alla tecnologia: è così che l'artista, complice il gioco, incoraggia una nuova armonia tra l'uomo e la macchina, ossia, in definitiva, tra l'uomo e la propria epoca.

Dall'ologramma all'atterraggio sulla luna - spiega Haraszt˙ - tutti i progressi tecnologici del ventesimo secolo hanno lasciato traccia nelle sue opere. Molto spesso, però, queste tracce, più che semplici allusioni, diventano oggetti molto concreti: vecchie lampadine, pezzi di ingranaggi, orologi: oggetti di recupero come frammenti di vita reale che ne rendano tangibile la quotidiana poesia. Per una sorta di nuovo "positivismo", inteso prima di tutto come coscienza matura e serena del proprio secolo.

05/05/2004

a cura dell'Ass. "Merzbau - Arte e Cultura" sede legale via del Badile 14 - 00159 - Roma | Cell. 347 7074779 - Fax +39 06 97258910