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Invocazione all'Orsa maggiore. Intervista a Stanislao di Giugno.
Marcello Carriero

Dove: Forum Austriaco di Cultura
Quando: 00/00/0000 - 31/08/2004
Info: Viale Bruno Buozzi, 113 I tel. 063608371 www.austracult.rom.it Orario: lun. – ven. dalle 9.00 alle 17.00

La mostra "Invocazione all'Orsa maggiore" a cura di Lorenzo Benedetti e Stephan Schmidt-Wulffen invita giovani artisti internazionali dell'Accademia di Arti Figurative di Vienna e artisti italiani a dialogare negli spazi del Forum Austriaco di Cultura di Roma. L'area esterna dell'istituto diventa il palcoscenico di una serie di installazioni che si basano sul recupero della scultura e lo sviluppo dell'installazione nel contesto del luogo. La mostra rappresenta un tentativo di confronto fra diverse culture ed è un'occasione per parlare dell'idea di confine tra nazioni, di differenze di mentalità e modi di pensiero. Il titolo della mostra è tratto da una poesia di Ingeborg Bachmann e vuole essere un omaggio alla scrittrice austriaca, simbolo di questa contaminazione culturale tra paesi diversi.

Negli spazi articolati del giardino dell'istituto austriaco ci sono delle opere, molte appositamente realizzate per il luogo: Abdul-Sharif Baruwa (nato nel 1975 a Londra), costruisce involucri per le sue fantasie e azioni private; Marlene Haring (nata nel 1976 a Vienna ) utilizza il video per rappresentare le proprie idee; Stanislao di Giugno (nato nel 1969 a Roma) realizza un progetto sulla frontiera realizzando uno sconfinamento tra istituti di cultura; Lone Haugard Madsen (nato nel 1974 a Silkeborg, Danimarca) costruisce panchine e sedie per musei e analizza in tal modo il comportamento del visitatore nelle aree museali che ella ha documentato anche fotograficamente; Silvia Iorio (nata nel 1977 a Roma) collega la grande tradizione musicale alla struttura architettonica del luogo; Franz Kapfer (nato nel 1971 a Fürstenfeld, Austria), che altrimenti utilizza piuttosto video e fotografia come strumenti d'ideazione biografico-letteraria, trasforma rifiuti di plastica in sculture apparentemente preziose; Leopold Kessler (nato nel 1976) sembra voler assistere coppie di innamorati, in un gesto umoristicamente imperscrutabile, nell'ideare una panchina di un parco che si trasforma in poche mosse in un letto; Bartholomäus Kinner (nato nel 1978 a Tamsweg/Austria) si fa beffa del volume di sculture nel momento in cui egli progetta una scultura apribile che rimanda da lontano al Minimalismo, Giuseppe Pietroniro (nato nel 1968 a Toronto, vive e lavora a Roma)realizza un'opera che entra in simbiosi con l'architettura dell'istituto e contemporaneamente ne crea una che rispecchia l'architettura del luogo.

Abbiamo scambiato alcune battute con Stanislao di Giugno, uno degli artisti partecipanti alla mostra.

- Stanislao perché hai rovesciato la scritta AUSTRIA?

Insinuare il dubbio prima di tutto. Questo luogo che si presenta con la monumentalità della scritta “AUSTRIA” al suo ingresso, mi ha suggerito subito l’idea di un cambiamento radicale. Quale Austria? Quella dell’epoca in cui la scritta originaria è stata forgiata insieme a due aquile naziste? Il sentimento di appartenenza ad un qualsiasi gruppo o comunità, seppure piccola, il riconoscersi uniti sotto una stessa bandiera, l’affermazione della propria unità, o meglio di qualsiasi unità, presuppone l’esistenza di unità diverse; quindi l’affermazione della propria unità è automaticamente affermazione della propria diversità. Ho decontestualizzato la scritta, sovrapponendole la sua immagine speculare, ma permettendo allo stesso tempo che si vedesse in trasparenza l’originale. Il ribaltamento dell’oggetto coincide con il ribaltamento di senso. L’identità nazionale è sdoppiata, schizofrenica, illeggibile, può sembrare, da lontano, quasi un ornamento. Il luogo fisico si interroga sulla propria natura, non si presenta più con la faccia sicura delle proprie radici, ma con le paure di un mondo globalizzato e di una cultura sovranazionale. Uno spazio non più costretto entro i suoi confini, ma aperto ad ogni intrusione. Uno spazio subliminale, rubando un termine alla psichiatria, inconscio, dove la radice limen vuol dire letteralmente confine tra la parte razionale conscia e l’inconscio.

- E la scala di Gommapiuma cosa significa?

Il progetto iniziale prevedeva oltre alla scritta all’entrata, la possibilità concreta di un passaggio fisico nell’adiacente istituto giapponese.Attraverso una scala che avrebbe scavalcato il muro che separa i due istituti si sarebbe cosi potuti facilmente passare da un istituto ad un altro,come in un’ipotetica mappa del mondo concentrata nella zona di Valle Giulia in cui le relazioni tra gli stati sono nuove e aperte,dove i confini non possono esistere per la cultura. é stato un grande dispiacere non poterla realizzare per i problemi di sicurezza sollevati da i pur gentili vicini giapponesi.

Trovandomi senza niente in mano a 24 ore dall’inaugurazione e non volendo stigmatizzare troppo il fatto che il progetto non era andato in porto per problemi sollevati da una delle parti in causa, ho costruito una scala che mima le sembianze di una vecchia scala di legno appoggiata distrattamente al muro che separa i due istituti. Questa scala però, avvicinandosi, si scopre essere fatta di gommapiuma e dunque inutilizzabile. Ho voluto sintetizzare cosi il sentimento comune di tensione che si ha nel momento in cui si cerca di realizzare qualcosa, ma questo qualcosa è inarrivabile, è un simbolo concreto della frustrazione di un pensiero molle perché tale è rimasto.

- In "NO Way Out" (2002) hai posto l'accento su una metafisica dell'attraversamento di un "non luogo" urbano facendo dell'indifferenza quotidiana una danza rallentata dell’umanità su un disegno permanente dello spazio, era una riflessione sull'impossibilità di risolvere l'esistenza urbana?

Ma, un “non luogo” è tale non per delle caratteristiche intrinseche dello spazio, quanto piuttosto per le relazioni che in questo spazio si creano. Mi sembra che molte volte il termine “civiltà” che dovrebbe contenere in se l’idea generale di progresso, conoscenza, sviluppo, miglioramento della qualità della vita, venga ampiamente abusato per parlare della vita nelle città che è tutt’altra cosa. Azzarderei piuttosto l’uso del termine che a civiltà si contrappone per descrivere molti aspetti della vita nelle città, vale a dire “barbarie”. Sì, è proprio una barbarie assistere al quotidiano, continuo, ripetuto e sempre uguale a se stesso, flusso di un’umanità che non ha più tempo di pensare. La ripetizione ciclica di percorsi, azioni, gesti, fa diventare ciclico anche il tempo che in genere è lineare e non torna mai su se stesso. Il lavoro è nato dalla fascinazione, un pò presuntuosa, che ho provato a sentirmi osservatore esterno, superpartes, almeno per qualche minuto, di questa umanità. Lo slowmotion applicato al girato insieme ad un silenzio assordante, rotto solo a tratti da flebili lamenti vocali hanno amplificato il carattere tragico di questa danza dell’umanità,come l’hai chiamata tu. La corsa automatica diventa una peregrinazione incerta, il cemento che calpestano incuranti è adesso una sottile lastra che può spezzarsi da un momento all’altro, e sembrano camminarvi con molta cautela... sospesi come in una bolla senza uscite. Alla fine come un bambino che gioca raccoglie la chiave del suo castello immaginario, io raccolgo simbolicamente lo spazio ed il tempo torna a fluire normalmente, l’incantesimo è rotto.

- Nel tuo lavoro d' animazione, il rovesciamento della traccia privata, domestica, in una costellazione sembra mettere a confronto due mappature estreme dell'esistenza, quella cosmica, immutabile, da tutti consultabile e quella privata, destinata ad essere fruibile solamente da chi la vive, labile, precaria testimonianza di un tempo relativamente breve. Ci racconti questo video?

Non è un confronto, piuttosto una coincidenza. L’insignificante privato di ognuno non potrebbe essere parte di un sistema più grande di noi, e di cui ci sfuggono completamente le regole?Chiaramente non può che essere una domanda, e nel video “The trick of appearances”, “l’inganno delle apparenze” 2004, l’inganno di ciò che appare sono lo spazio architettonico e gli arredi di un’anonima stanza, e i vincoli che questa crea al personaggio che si muove al suo interno. Ciò che appare svanisce, per lasciare il posto ad altre apparenze, ma forse è tutto un sogno. Forse è solo un altro modo per esorcizzare la morte e dare un senso ad un’umanità che altrimenti sarebbe al mondo solo per caso, ma a noi esseri umani questo non va proprio giù.

17/07/2004

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