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Dj Spooky that Subliminal Kid. Re-Birth of a Nation: A XXI Century Remix of D. W. Griffith’s Birth of a Nation.
Fabio Saglimbeni

Dove: Auditorio Parco della Musica - Accademia di S. Cecilia, Sala 2700
Quando: 20/10/2004 - 00/00/0000
Info:

All’auditorium di S. Cecilia l’artista concettuale Paul D. Miller, meglio noto come Dj Spooky That Subliminal Kid presenta un ambizioso progetto di re-visione dell’immondo capolavoro che nel 1915 scatenò controverse ancora non del tutto sedate: La nascita di una nazione di D. W. Griffith. L’impatto culturale del film - che celebrava il ruolo svolto dal terroristico “impero invisibile” del Ku Klux Klan nella restaurazione della supremazia bianca all’indomani della Guerra civile - fu enorme: impose in diversi Stati un acceso dibattito politico sui temi della censura e della libertà di espressione, finendo per rafforzare e compattare le energie dell’Associazione nazionale per l’avanzamento delle persone di colore (NAACP), mentre il Klan, dormiente per decenni, tornava ad insanguinare la nazione per tutti gli anni Venti ed oltre.

Segnando un profondo cambiamento nel modo di produrre e di fruire il cinema, quello di Griffith fu il primo film a penetrare nella coscienza della nazione americana. Didascalie ed immagini insopportabilmente faziose – che attribuiscono, per esempio, ai primi schiavi africani deportati sul suolo americano la responsabilità della discordia tra Nord e Sud - vi si alternano a quadri minuziosamente desunti da illustrazioni d’epoca, conferendo alla propaganda razzista la legittimità di un’oggettiva ricostruzione storica, tanto che il presidente Woodrow Wilson dichiarò, all’uscita da una proiezione, di aver appena assistito allo spettacolo della “storia scritta con il lampo”.

E’ proprio questa visione “naturale” della storia il nodo problematico che la rilettura di Dj Spooky rileva e si propone di scardinare. Il suo lavoro muove dagli inquieti e seminali esperimenti con cui le avanguardie artistiche storiche (in particolare il surrealismo) reagirono, nell’Europa del primo Novecento, all’introduzione generalizzata nella vita quotidiana di quelle tecnologie della scrittura - come la fonografia e il cinema - che avrebbero cambiato per sempre la percezione del tempo, dello spazio e dell’identità individuale nelle moderne società occidentali.

Il testo di Griffith è smontato, decostruito in sequenze che Dj Spooky utilizza al pari delle tracce sonore digitali e dei microsolchi sul vinile da cui ricava scratches e samples. Ne conseguono da un lato una condensazione accelerata dei tempi (lo spettacolo dura meno della metà della pellicola originale) e dall’altro una frammentazione e parcellizzazione quasi caotica del materiale visivo. Come il musicista jazz, infatti, Dj Spooky opera dal vivo, sincronizzando sull’impulso del momento le immagini che scorrono sul grande schermo centrale con quelle dei due più ridotti posizionati lateralmente; o viceversa le sfalsa, ad anticipare, ripetere o arricchire il flusso portante della narrazione. Al fine di porre in discussione la monolitica, sacrale univocità del testo originario, il “ragazzo subliminale” interviene sulla superficie di singole immagini o sequenze. La sovrimpressione di diagrammi, grafici, tracce di foto aeree di bombardamenti, campiture che evidenziano singoli personaggi o dettagli, oppure ancora di brevi riprese di passi di danza curati dal coreografo Bill T. Jones, gli consente di “invecchiare” ulteriormente oppure di attualizzare le immagini di Griffith; di scuoterne, in ogni caso, la sinistra autorevolezza.

Pure mixato dal vivo è il flusso sonoro che sembra travolgere il film: alternativamente torrenziale, suadente o stridulo, è strutturato prevalentemente su basi hip hop, ma intessuto degli echi di strumenti colti come il violoncello e di rimandi alle radici della musica popolare americana. Dal flusso di lacerti sonori e citazioni distorte, quasi subliminali, riaffiorano, ad un tratto nitide, la voce e la chitarra del mitico bluesman Robert Johnson. Il suo “Phonograph Blues” (1936) si configura dunque come matrice mitica alternativa al poderoso apparato del film che aveva presentato come dato storicamente oggettivo l’idea falsa e fabbricata di un Ku Klux Klan salvifico e benedicente. Fonte popolare e folklorica, nera piuttosto che bianca, il blues di Johnson - la cui forma circolare o a spirale è del resto alla base di tanta cultura musicale e letteraria (afro)americana - riflette giocosamente proprio sulle tecnologie industriali della riproduzione del suono, preannunciando la fascinazione di Paul D. Miller e della “dj culture” per il loop, il campionamento ripetuto come in un anello.

Come nel blues di Johnson la cinghia di trasmissione si è rotta, la puntina è arrugginita e il fonografo smette di suonare (sono però di carattere amoroso e sessuale i sottintesi del “guasto”), così nel finale di Re-Birth of a Nation il disco della “Storia” sembra incantarsi e tornare su se stesso. Ripetuta per tre volte, la magniloquente sequenza conclusiva - con la doppia luna di miele delle due coppie bianche riunite – diventa francamente comica, un’efficace zaffata decostruzionista, degna del maestro che Paul D. Miller chiama affettuosamente “Dj Derrida”.

Ma quella di Dj Spooky è una rilettura colta, informata e rispettosa, un invito più che un livido proclama. Al testo“scritturale” che per generazioni ha raccontato agli Stati Unti la loro storia, forte dell’impatto spettacolare che ancora oggi affascina persino lo spettatore informato e politicamente consapevole, Paul D. Miller non propone di giustapporne un altro uguale e contrario. La sua è una performance improvvisativa, jazz, e dunque sempre mutevole, praticamente inafferrabile. Il sampling ed il dj’ing non sono per lui dei testi ma dei linguaggi, dei modi di ragionare per il XXI secolo. Opportunamente coniugati all’uso della rete Internet essi possono consentire, in una nazione i cui cittadini neri si apprestano a tornare alle urne tra particolari difficoltà, di accedere ad uno spazio di discussione democratica in cui lo scambio delle idee possa erodere con ironia e moderazione anche miti poderosamente pervicaci e offensivi come l’originario Birth of a Nation senza rimpiazzarli con nuovi testi altrettanto assertivi e categorici, senza ripetere gli stessi errori.

C’è di più: dal palco l’artista annuncia di aver reso disponibili sul suo sito www.djspooky.com i materiali con i quali ognuno può cimentarsi a “mixare” una propria versione del film di Griffith. Forse, allora, è nello spirito propositivo e nell’invito alla partecipazione alla ri-scrittura della storia (culturale) nazionale che va ricercata la reale portata del discorso di Miller. Come scrive all’inizio del suo volume di saggi teorici intitolato Rhythm Science (2004), testi simili sono “architetture di ghiaccio, non ancora scongelate”, che attendono da noi una risposta:

Come disse George Santayana così tanto tempo fa, “quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”. Questo è un possibile scenario. Ma che succede quando le memorie filtrano attraverso le macchine che usiamo per assimilare la cultura e diventano software – un terreno costantemente aggiornato, sempre turbolento, più potente della stessa macchina che lo fa funzionare? Memoria, dannazione, ripetizione: Così era una volta, ma questo è il presente. Abbiamo macchine che ripetono la storia per noi. E il software che governa le macchine è il testo che fluisce nei condotti come un flaneur dell’inconscio. Queste sono storie ripetute così tante volte e in tanti modi che i testi attraversano un rigor mortis, mentre ronzano via alla velocità di mille e una notti. Mormorare a se stessi e sentire nella testa le voci che sussurrano in risposta. E’ questa la logica.

02/11/2004

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