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Arte in memoria 2: oltre il rito.
Elena Paloscia

Dove: Sinagoga degli scavi di Ostia Antica.
Quando: 28/01/2005 - 15/03/2005
Info: Soprintendenza per i beni archeologici di Ostia tel. 06.53358099 Orario: dal martedì alla domenica delle 9.00 alle 17.00. Lunedì chiuso.

Luciano Fabro

27 gennaio 2005. La giornata della memoria si può celebrare anche attraverso la scelta deliberata di una non celebrazione. La mostra Arte in Memoria 2, curata da Adachiara Zevi ed organizzata da Incontri Internazionali d’Arte, ha infatti questo obiettivo, includere la memoria nel sentire quotidiano, slegarla dal vincolo di un giorno, estenderla nel tempo e nello spazio delle coscienze. L’esposizione, promossa dagli Assessorati alla Cultura del Comune e della Provincia di Roma e dalla Sovraintendenza per i Beni Archeologici di Ostia, è allestita nell’area della Sinagoga di Ostia antica e resterà aperta fino al 15 marzo 2005.

Così le rovine dell’antico tempio ebraico diventano lo sfondo ideale per questa dimensione atemporale auspicata. In passato luogo di culto e di aggregazione, torna ad essere tale proprio in virtù delle presenze contemporanee: lo spazio, le opere, gli artisti e i visitatori entrano in relazione in un complesso sistema di stimoli sensoriali e psicologici.

Il paesaggio antico si rinnova in un dialogo stridente e forzato con gli “intrusi” oggetti da identificare, come la torre di lucida lamiera zincata realizzata da Elisabetta Benassi. La struttura sembra ribadire la sua ostentata estraneità anche nel rumore improvviso e violento, regolato da un meccanismo a tempo irregolare, interno, che spezza il silenzio dell’area archeologica così come quello dell’oblio.

Analogamente interviene con una portata visiva spiazzante l’installazione di Pedro Cabrita Reis: rovine contemporanee, nelle fattezze di 21 colonne prive di fondamenta e disfatte, si ergono come citazioni prive di memoria già destinate alla distruzione.

Alla perdita della memoria, pericolosamente insita nelle piccole dimenticanze quotidiane, è legata invece l’installazione sonora di Cesare Pietroiusti, anch’essa in una relazione privilegiata con lo spazio: da un ambiente con poca luce una voce narra tutte le piccole dimenticanze che ci affliggono ogni giorno, ”fallimenti” minori che, nella provocazione, assumono dimensioni di drammatica impotenza nel cadenzare ritmico delle frasi che vanificano lo sforzo dell’esercizio e ogni migliore intenzione.

Mimetizzato tra le rovine è il pavimento con travi di legno di Edward Winkholfer, un piano sopraelevato che quasi chiude la superficie sovrastante dei perimetri murari aggettanti creando un dentro e un fuori, una virtuale frattura in orizzontale, amplificata dalla reale ferita e dal rumore di una sega elettrica che minacciano l’integrità del piano.

Luciano Fabro, invece, con il suo “Groma monoteista” usa in maniera traslata uno strumento antico per ripartire il terreno e ne estende il senso alludendo alle tre religioni monoteistiche, identificabili dai simboli che ha posto su ogni pizza, che fa anche da peso. Una ripartizione del presente dove i materiali poveri creano architetture del pensiero, tanto da includere a far parte di questa riflessione anche i fogli trasparenti con i testi delle sue lezioni che, sovrapposti, creano un linguaggio illeggibile.

Emilio Prini, infine, invitato a dare un proprio contributo non ha voluto realizzare un’opera, ma ha lasciato un segno del suo passaggio, un diaframma di plexiglass che posto in prossimità di un frammento di mosaico sul pavimento, evoca la fragilità della memoria, l’impossibilità di sigillare e preservare del tutto i documenti. La trasparenza offuscata anche da una minima variazione atmosferica sembra confermare l’impressione personale di chi scrive.

In lontananza, silenzioso e paradossalmente “discreto”, il muro contemporaneo a semicilindro che ripropone un antico spazio scomparso della sinagoga, realizzato nel 2002, in occasione della prima edizione dell’evento da Sol LeWitt, è testimonianza tangibile del legame di continuità tra passato remoto e presente.

28/01/2005

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