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Collezionisti per vocazione: i capolavori della famiglia Guggenheim a Roma
Elena Paloscia

Dove: Scuderie Papali al Quirinale
Quando: 03/03/2005 - 05/06/2005
Info: tel. O6.39967200. Tutti i giorni 10-20 lngresso € 9, ridotti e gruppi € 7,50, scuole € 4. Prevendita telefonica 06.309967500.

Salomon, Peggy e gli altri. Pensiero, passioni e cultura di grandi collezionisti del secolo scorso hanno dato vita ad una delle più importanti raccolte d’arte contemporanea esistenti, di cui una ricca selezione di opere provenienti dai musei di New York, Bilbao e Venezia è oggi in mostra a Roma, presso la prestigiosa sede delle Scuderie del Quirinale.

L’esposizione, curata dal Lisa Dennison e promossa dall’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, propone 80 opere che testimoniano oltre un secolo di arte contemporanea (Catalogo SKIRA).

In percorso attraverso i capolavori è avvincente, la sensazione di conoscere già quelle opere straordinarie oggetto di studio di libri e riviste di settore e non, entrate ormai a far parte del sapere collettivo, accresce il piacere di un incontro “dal vivo”.

Le opere in mostra, selezionate ed esposte secondo un rigoroso e piacevole percorso cronologico, sono il realtà provenienti da collezioni differenti, quella di Salomon Guggenheim, guidato nelle sue scelte dalla pittrice Hilla Rebay, e quella della nipote Peggy, sono la testimonianza di scelte estetiche e culturali precise che hanno condizionato il gusto delle generazioni successive. A queste fece seguito l’acquisizione da parte della Fondazione Guggenheim della collezione Thannhauser e di altri lasciti.

Così, in mostra si incontrano i capolavori dei maestri dell’impressionismo, tanto amati da Thannhauser, come Renoir, Manet, Cezànne, tra i quali segnaliamo la donna allo specchio di Manet, il “Palazzo Ducale” nella atmosfera veneziana ricreata dalle pennellate vibranti di Monet, le più scientifiche immagini di Seurat e Signac, o una tela di Rousseau il Doganiere, acquistata da Salomon, che annuncia l’avvento di una nuova era per l’arte, in cui sarà compito delle avanguardie mettere in crisi il precedente sistema di valori . Ecco allora i dipinti cubisti di Braque e le visioni “orfiche”delle architetture, come la Torre Eiffel e l’interno di S. Severine di Delaunay, cui segue una embrionale visione meccanica dell’uomo e della natura che si intuisce nelle opere di Leger.

Ben rappresenta poi il passaggio all’astrattismo un significativo gruppo di lavori di Kandinskij e una grande tela di Mondrian intitolata “Estate, duna in nuova Zelanda”, datata 1910, che, ancora lontana dai lavori più noti degli anni successivi, presenti in mostra, rende sinteticamente un paesaggio dominato dai colori irreali.

Preziosi esempi dei nuovi orientamenti, seppure di matrici differenti, sono forniti anche dal “Toro bianco” di Franz Marc del 1911, o dai dipinti del russo Chagall, sospesi tra tradizione e fiaba.

Nell’ambito dei linguaggi astratti non mancano forme che si sviluppano nei primi decenni del Novecento in più direzioni, dal dinamismo dei dipinti di Balla alle splendide forme circolari di Delaunay, del 1930.

Di Peggy, delle sue scelte, della sua storia personale, rimangono soprattutto le opere dei Surrealisti, da Max Ernst alle immagini enigmatiche di Delvaux, fino ai desolati paesaggi di Tanguy e di Dalì.

All’indiscutibile fascino dei capolavori di Picasso, come la “Donna dai capelli gialli”, si affiancano scelte come “Diego” o “Il naso” in bronzo di Alberto Giacometti, rispettivamente del 1953 e del 1947 (fuso però nel 1965), che aprono la strada alle forme espressive più estreme, rappresentate dai lavori materici di Dubuffet, o alle diverse forme di arte informale degli anni Cinquanta, rappresentate dalle opere di Asger Jorn, Karel Appel e Pollock.

Non manca un omaggio ad un artista italiano, maggiore esponente dell’Arte Povera, Mario Merz, con l’installazione “Coccodrillo del Niger”. Per gli anni Sessanta, di particolare interesse sono i lavori di Towmbly, Richard Serra e Robert Rauschemberg.

Come non concludere, infine, con i miti della Pop Art, Roy Lichtenstein, ad Andy Wharhol che, con l’inquietante “Disastro arancione” del 1963, in cui l’icona serializzata è uno strumento di morte come la sedia elettrica, riassume nel suo lavoro, nello sguardo spiritato e nei colori elettrici dell’autoritratto degli anni ’80 le contraddizioni di un secolo intero.

24/03/2005

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