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"Lo Spagnolo" al Vittoriano.
Francesca De Nicolò

Dove: Complesso del Vittoriano
Quando: 08/10/2005 - 08/02/2005
Info: via di S.Pietro in Carcere tel.06.6780664 orario lun-giov 9.30-19.30; ven-sab 9.30-23.30;dom 9.30-20.30

Manet è al Vittoriano, a cura di Maria Teresa Benedetti, Renato Barilli, Claudio Strinati, Ann Dumas, Diane Kelder. Autore noto per i suoi Déjeuneur sur l’herbe e Olympia del 1863, con i quali fece scalpore e scandalo. Quadri che al Vittoriano purtroppo non ci è dato vedere dal vivo.

Comunque, e non è poco, possiamo conoscere le molteplici fasi dell'autore che si snodano in una mostra divisa in sezioni tematiche dove viene svelato quale preimpressionista e realista e legato a doppia mandata a Baudelaire e Zola, abile ritrattista di “ oggetti inanimati “. Autore per il quale la macchina fotografica è un’invenzione attraverso la quale guardare per proporre un inedito taglio dell’immagine; sistema di analisi dal quale è impossibile svicolare.

Al Vittoriano, è quindi in prima battuta svelata la sua "storica" passione spagnola, dalla quale nell’ambiente l’epiteto “lo Spagnolo”; spagnoli che Edouard Manet in realtà vede al Louvre quando è copista e che sono in particolare Velasquez e Goya e che conoscerà invece finalmente dal vivo in Spagna solo nel 1865. Spicca anche il Chitarrista Spagnolo, I Gitani, il Torero morto. C'è anche Lola de Valenza, uno dei tanti lavori di Manet dedicati alle donne, un'immagine di una donna che per la sua sensualità e il suo fascino, fece fremere i polsi a Baudelaire che le dedicò versi pieni di passione.

“Lo spagnolo” è anche acuto conoscitore dell'arte italiana dei grandi maestri tra i quali Benozzo Gozzoli, Andrea del Sarto e Tintoretto, Tiziano, Giorgione che vede in vari viaggi che farà in Italia; con meticolosità studia la pittura e la grafica, (nel 1862 fonda la società degli acquafortisti stavolta in onore di Rembrandt), ed è sempre attento alla tecnica. Lo spagnolo è amante dell’arte Fiamminga e dei Giapponesi tra i quali predilige Hokusai e Utamaro. Esposte anche molte tavolette in rame tra le quali una versione che fissa la celebre Olympia, sovrapposizione "erotica", al cospetto della quale tutti si affannavano come davanti ad un cadavere in obitorio. In mostra anche inediti lavori caricaturali, anche dell’amico Baudelaire che testimoniano un’attività contemporanea di un Manet che è anche illustratore. In mostra una scandalosa, per l’epoca, acquaforte dal Bevitore di Assenzio, da un olio del 1858-59 che gli causò la messa all'indice; scatto senza veli di una tossicodipendenza urbana.

Presentate anche “ le marine”, passioni marittime, affrontate con cognizione da ipotetico allievo ufficiale e conoscitore delle traversate; ad appena sedici anni compie un viaggio a Rio De Janeiro di ben 113 giorni su una nave mercantile. Spume e brezze nelle quali riconosciamo quel Manet che come diceva Mallarmé, si immergeva completamente “buttandosi a capofitto”; realizzare un quadro per lui era” un travaglio”. E ancora Manet, ritrattista di tutto, realizza scatti di donne d’epoca quali Jeanne Duval amante di Baudelaire, la chiacchierata Venere Nera e Marcellin, artista decadente, e l’Amazzone donna a cavallo tipicamente in corsa e tipicamente alla moda. Belle e immobili, le nature morte, sono scatti inorganici che stavolta fissano il minimo variabile del quotidiano, fatto di prugne, peonie lasciate sul tavolo, pesche da mordere, cacciagione. Sono nature immobili, sempre parte di una pittura di genere che Manet rivisita. Ancora Manet si schiera, grida e raffigura l’esecuzione di Massimiliano pensando al Goya del 1808 e con lucidità rappresenta la nuda realtà di un Suicidio e come un fotoreporter ritrae le Barricate.

In mostra anche una sezione dedicata ai nudi , dove troneggiano Le Bagnanti, sempre dei primi anni sessanta, che rievocano Giorgione e non solo, dove Manet da abile mescolatore sovrappone alle “Ninfe” giovani “plebee” sulla Senna. Fa parte degli scatti d’epoca anche: L'Aerostato, rappresentazione di un pulsare scientifico che già attraversa l’Ottocento, inaugurazione parigina organizzata per la la festa di Napoleone III, dove Manet oltre al fasto ci da un dettaglio di un invalido in primo piano, denunciando ancora. Infine un ritratto, quello di Edgard Allan Poe, che individua ancora un ennesimo contatto inedito di Manet, quello con il genere noir, filtrato dal Mallarmé simbolista che traduce Il Corvo invitandolo a lavorare ai disegni; dei quali sono esposti alcuni studi che rivelano inequivocabilmente contaminazioni orientali che Manet mantiene sino alla sua morte nel 1883. Un gigante che, come Renoir disse: “è importante per noi quanto Cimabue e Giotto per gli italiani del quattrocento”, autore che solo negli ultimi lavori acutizza una tecnica che si avvicina al tocco impressionista, in particolare dopo Argenteuil dove va a trovare il giovane Monet nel 1872.

Da quel momento il tratto si fa più sintetico e la natura all’aria aperta entra nei suoi dettagli, natura, che in ultima battuta trasforma,a tratti, i suoi personaggi. E così lo spagnolo è presentato, autore complesso, eccentrico amante dello smontaggio e della sovrapposizione artificiale e al contempo ritrattista della realtà “moderna” sempre fermata, e qui sta anche il bello, quale oggetto inanimato.

13/12/2005

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