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Sfidando la verità con la gravità
Marcello Carriero

Dove: Galleria Paolo Bonzano
Quando: 16/10/2006 - 20/11/2006
Info: via di Monte Giordano 36 - Palazzo Taverna tel 06 97613232 mar-ven ore 12.00-19.30 sab 15.30-19.30 sab mattina lun e festivi su appuntamento

Alla fine degli anni Settanta esce un saggio di Jacques Derrida intitolato “La verità in pittura”, in cui il filosofo si esprime apertamente sui problemi di estetica indicando un percorso logico nel quale si procede dalla promessa di Cézanne di voler dare la verità in pittura. Il concetto si può estrapolare da una lettera di centouno anni fa scritta dal pittore francese a Emile Bertrand. Affidare il compito di fornire delle verità all’arte è paradossale a meno che non miri l’arte stessa a definire una “sua” verità inconfutabile dal momento che è in grado di creare delle leggi e di fornire gli strumenti anche se tarati su misure interne dell’opera. In poche parole, è vero che l’arte può offrire una sua verità ma è altrettanto vero che essa esiste solo “all’interno” dell’ esperienza estetica. Il disvelamento è l’incontro dello sguardo di Dorian Gray col suo ritratto, in certi casi può essere micidiale o in altri casi confortante se offre invece delle certezze utili a farci adeguare alla realtà, l’arte, infatti, è anche capace di facilitare la comprensione per un miglior adattamento. Per Derrida l’espressione “verità della verità”, superato il problema dell’illusione, oscilla tra un “modello” presentato o rappresentato considerando la possibilità che esso possa essere, a sua volta, presentabile come rappresentazione, rappresentabile come presentazione, presentabile come presenza, rappresentabile come rappresentante.

Ora abbandoniamo per un attimo Derrida e andiamo alla mostra di Alessandro Piangiamore intitolata Sfidando La verità con la gravità . Entrando nella galleria di Paolo Bonzano, vediamo una fotografia di una sedia sdraio a righe rosse e bianche su una spiaggia (Horizon), l’arenile su cui poggia è stato ritratto in modo tale da risultare un piano inclinato, alzando gli occhi ci accorgiamo della scritta

Sfidando La verità con la gravità in bilico, sopra l’arco che separa i due ambienti di Palazzo Taverna. Le lettere in cemento, come constatiamo dai frammenti in terra, incombono sulla nostra testa e minacciano di cadere. A sinistra della prima zona, quella, per intenderci, che pratichiamo appena entrati, vediamo, in un angolo, tre lampadine dai colori primari accese su un letto di semi di granturco, su di esse poggia un vetro semi specchiante che combacia con lo spigolo del muro; quel vetro col calore, ad un certo punto, si spaccherà. Dietro di noi, sulla parete opposta, un’altra fotografia della stessa sdraio, questa volta presa dall’altro lato della scena. Oltre l’arco, nell’altro vano, a terra troviamo una cornice che chiude un vetro trasparente su cui sono stati applicati due elementi metallici in corrispondenza “speculare” da una parte e dall’altra. Dall’altro lato troviamo invece un’opera rettangolare che ha una finestrella aperta su una superficie di cartoncino bianco in basso a destra e mostra uno spicchio di superficie lunare su cui svetta un rettangolo bianco con la scritta GOOGLE (The dark side of the moon) .

Andiamo per ordine. Parlare di Gravità e Verità significa mettere a confronto una legge fisica che nella permanenza e nell’accettazione del senso comune è inconfutabile e facilmente riconoscibile. Un dato confutabile che, per quanto dimostrabile, risulta essere ancora ambiguo, una volta sottoposto all’interpretazione, cambia. Solitamente l’interpretazione si scontra contro l’assoluta (ed io aggiungerei “assolutista”) verità quando di essa s’accetta una modalità rigida, basata sul principio di identità secondo il quale una cosa è una cosa ed è impossibile che sia qualcos’altro ed è tanto meno possibile che quella cosa non sia. Dietro una rigidità del genere, appare evidente la vittoria del limite insuperabile e della certezza. Risale al II secolo d. C. (epoca in un certo senso molto simile alla nostra benché lontana nel tempo) un’idea di verità che invece si basa sulla maggiore disponibilità di punti di vista, sicché essa diventa un concetto sempre più sfuggente ed occulto poiché molte cose possono essere vere anche se contraddittorie. L’allusione, l’allegoria e la metafora, a questo punto vincono su certezza ed aderenza della verità al suo predicato. Incertezza e mistero aprono alla visione mistica, al sogno, all’enigma che si fonda sulla struttura complessa, in certi casi poliglotta e sincretica, che produce un’immagine “segno iconico” – direbbe Garroni – delle cose mondane. Quest’immagine se è frutto di una verità speculativa non diventa regola fino a quando non si valutano tutte le circostanze in cui possono mostrarsi condizioni negative, sicché la regola dell’arte che quest’immagine è in procinto di gestire, se viene proposta in uno stato di imperfezione “scientifica” farà acqua e non otterrà, in fine, lo status di verità.

La gravità a sua volta, in quanto verità, in fisica è suggerita dal moto, che possa essere quello degli astri o di una mela che cade a terra, essa ha mostrato a navigatori ed astronomi, compilatori d’almanacchi ed esperti di divinazione una forza dagli effetti pratici, religiosi e mistici. Da Copernico a Newton passando per Keplero e Galilei, la verità della gravità tenda a sminuire sempre di più l’idea medioevale di “posizione” per favorire tanto un concetto di spostamento e di interazione tra corpi, quanto quello di accelerazione. La forza gravitazionale è in grado di far accelerare un corpo in una direzione. La forza sarà uguale al prodotto di massa per accelerazione. Ma il sistema di riferimento di Newton viene approfondito dalla teoria della relatività di Einstein che indica un sistema di riferimento diverso per ciascun osservatore, con le sue proprie regole per la misurazione dello spazio e del tempo.

É così per l’arte che prende le verità della scienza e le rende più convincenti per il pensiero e, pian piano, più convenienti per la pratica. L’arte insiste sulle condizioni differenti e sulla molteplicità delle cause riconducendole ad un solo effetto, quello offerto alla percezione. Ecco il motivo per cui la scritta “pericolante” di Piangiamore diventa regola e motto dell’intera mostra. Di fatto essa riconduce tramite la condizione di in - stabilità all’effetto dell’attrazione gravitazionale quanto ad uno stato d’urgenza dettato dalla tensione continua che si sprigiona dall’aspettativa della caduta. É la segnalazione di uno stato precario in cui si trova anche un’altra immagine, la sdraio che poggia su una scoscesa e obliqua piattaforma, un orizzonte slittante per l’occhio. Orizzonte instabile riproposto nella fluttuante idea di conquista che sbirciamo dalla finestrella aperta sull’approdo selenico di Google, sfruttando l’allusione al “motore di ricerca” s’arriva a ragionare sull’ossessione per la frontiera degli americani. D’altro canto, anche la parodia del pop viene impostata come una stratificazione di rimandi, in cui Piangiamore entra ed esce dalla storia dell’arte, evitando la citazione esplicita con gli elementi costitutivi di un rebus. L’artista dimostra di essere tra coloro che sono riusciti a rompere l’empasse in cui verteva l’arte italiana troppo protesa verso un simulacro riduttivo, in realtà solamente rivisto, una rottura all’insegna di un’immagine complessa, interna, originale scaturigine di esperienze aperte al nuovo. La gravità di Piangiamore è al contempo monito di inesorabili conseguenze, quindi allarme, che un processo di trasformazione già in atto e in movimento in cui è necessario riconsiderare quel “cielo delle stelle fisse” del pensiero occidentale come rete di forze ed equilibri in continuo assestamento.

25/10/2006

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