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Simona Uberto - MASSE
Nathalie du Pasquier - FUTURES

Melania Rossi

Dove: Romberg artecontemporanea
Quando: 12/01/2008 - 09/03/2008
Info: Piazza de’ Ricci, 12, Roma
Mostra a cura di Italo Bergantini e Gianluca Marziani

Particolare dell’allestimento della mostra di Simona Uberto. Courtesy Romberg

Cosa siamo quando ci mescoliamo a masse di persone sconosciute? Se potessimo guardarci da lontano, mentre camminiamo per strada, come ci apparirebbe la nostra immagine? Il volto teso, concentrati nelle proprie preoccupazioni, oppure sorridenti mentre facciamo una smorfia ad un bambino che ci viene incontro, anche lui di passaggio, rilassati perchè la sera prima è stata una bella sera, di fretta perchè siamo sempre in ritardo. E tutte quelle facce e gli altrettanti pensieri che incontriamo e sfioriamo per soli istanti non hanno nessun peso nella nostra esistenza? Incrociamo occhi che non vedremo mai più, oppure che guarderemo ancora, di cui magari ci innamoreremo, ma di quel primo faccia a faccia in qualche porta girevole, di quello “scusi” nella ressa, non ci ricorderemo.

Le sagome di Simona Uberto (Savona, 1965) raccontano istanti, fugaci momenti destinati a mutare, in cui i singoli si trovano a far parte di un gruppo. Fotografie in bianco e nero ritraggono i passanti, ritagliate come sagome volumetriche a figura intera, e sono poste su piani diversi fino al bianco monocromo delle pareti, così da trovarsi al limite tra il bidimensionale e il tridimensionale.

“Cerco la sospensione tra il confine collettivo e quello personale; gli attori delle mie Masse sono borderline, perchè sono sospesi tra il movimento e l’immobilità; nel gruppo perdono la propria stabilità personale, soggettiva”, dice la Uberto. Ignari, i soggetti vengono completamente decontestualizzati e successivamente associati tra loro dall’artista, che per affermarne l’identità collettiva sceglie immagini tendenti al nero, all’omologazione.

La gente, muovendosi, crea forme in continua trasformazione, e per Simona Uberto la scelta di cosa raccontare è tutta una questione di confini. Confini imposti dall’artista stessa come in Masse, oppure confini naturali, quelli che si creano spontaneamente tra le persone, di solito chiusi in forme circolari, come in Aggregazioni. Interessante una parete da cui, questa volta isolate, spuntano piccole silhouette che “camminano” lungo il muro, mostrando bidimensionalmente ambo i lati. Se davanti ci appare, nitido, il soggetto fotografato, sul retro ci aspetteremmo di trovare la schiena del medesimo soggetto; invece superando il confine, guardando di là, scorgiamo esattamente la stessa immagine del fronte, presa però nel suo movimento, mossa. Eccoci di nuovo al borderline, alla sospensione.

Anche noi siamo di passaggio in questo luogo dove sono indagate le masse, anche noi veniamo in contatto con i gruppi fotografati dalla Uberto, e l’artista ce lo dimostra in Contaminazioni. In questa installazione il retro delle sagome è uno specchio, che riflette parte della foto che gli sta davanti e, ce ne accorgiamo all’improvviso, parte anche di noi stessi che la stiamo osservando. Come a dire che quando si incontra qualcuno, anche in un brevissimo momento, l’io si riflette nell’altro. Davanti al racconto fuoriscala delle nostre vite è così possibile la presa di coscienza immediata di un meccanismo, che è quello dell’esistenza che scorre fluida, in un giorno normale tra giorni normali.

CameraConVista è la vetrina sempre visibile dall’esterno della galleria, interpretata da Nathalie du Pasquier (Bordeaux, 1957) con incastri di forme tridimensionali e tecniche pittoriche, che danno vita ad un ròbot sospeso tra metafisica e quotidianità. In Futures, i volumi che l’artista utilizza per le proprie installazioni sono coni, piramidi, cubi, quasi innestati l’uno sull’altro, a reinventare il concetto di natura morta combinato al feticismo contemporaneo. L’artista arriva da un’avventura nel design con il gruppo Memphis, il più innovativo e artistico dei movimenti che hanno fatto dell’oggetto una possibile forma di scultura funzionale. Si ritrovano così, anche nell’opera di Nathalie du Pasquier, quegli oggetti folli dai colori sgargianti, ricoperti di laminati plastici, in cui forma e funzione non sono sempre riconoscibili. Archetipi monocromi che rimangono, sembra, volutamente piatti, anche quando sconfinano oltre il quadro, verso gli ambienti a cui appartengono e da cui provengono.

23/01/2008

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