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Patricia Carmo Baldazar Correra
Marcello Carriero

Dove: Galleria Miralli -Viterbo
Quando: 17/02/2008 - 29/02/2008
Info: Mostra a cura di Raffaella Guidobono.

Patricia Carmo Baldazar Correra

“il paesaggio costituisce un capitolo, discontinuo ma estremamente importante, sia delle arti figurative che della letteratura; ha manifestazioni più o meno presenti a seconda delle civiltà; assume forme svariate, specialmente in rapporto con altri soggetti, come quelli religiosi, storici, celebrativi.” Così inizia il saggio sul paesaggio di Eugenio Battisti ( 1924 – 1989) che fu pubblicato nel 1985 in francese sotto la voce Paysage nell’Enciclopedia Universale francese. Il paesaggio prima d’essere un genere in pittura, è un punto di vista e, pertanto, è un posizionamento nello spazio dello spettatore/osservatore.

Quando si può affermare di guardare un paesaggio? Sicuramente quando ci si trova in una posizione da dove è possibile abbracciare con lo sguardo una certa porzione di mondo, una posizione esclusiva dalla quale, però si può accedere e passare ad un’inclusione, il paesaggio è un percorso dell’occhio che invita ad uno spostamento fisico, a un ri – posizionamento.

Dal paesaggio si possono dedurre distanze e forme, misurare la terra e il cielo, contare gli alberi – ad esempio – e, al contrario, perdersi nel vuoto.

E' il vuoto a confondere ogni riferimento figurale di Patricia Carmo, un vuoto che appunto con – fonde, vale a dire, fonde insieme progressione pittorica e traccia figurale lasciando un orizzonte verde come residuo del dato naturale e simbolico. Questo modo così romantico da ammettere la sublimità, poggia sull’orizzonte schiacciato ai bordi del quadro in cui domina la cancellazione, una cecità elettiva, forse un ri - posizionamento che fa “assumere forme svariate” al nulla.

Qualificando la superficie con una pittura grumosa ancorché bianca, Patricia sistema la sua “linea verde” in una vera e propria installazione poiché il quadro si mimetizza col muro bianco della galleria Miralli. Il paesaggio è quindi un’immersione dell’immagine nell’estensione dell'io, una cognizione del cosmo di cui la visione del mondo circostante fa parte insieme a noi. Questo mischiare l’interpretazione, procede verso la riduzione ad un minimo, rende il fenomeno della pittura pari ad una meditazione che annulla la corporeità, ad un’osservazione analitica che approda ad una sintesi estrema. Si capisce a questo punto come il “leone verde” di Patricia finisce per essere considerato l’unica prova dell’osservazione della natura, la prova di un universo simbolico e referenziale che sopravvive ad una riscossione continua di immagini dall’universo interiore, prova che, una volta isolata, lasciata ai margini, si rivela ancor più efficace segno di riferimento della percezione che rimane il margine estremo attraverso il quale riconoscere il mondo, un orizzonte.

23/03/2008

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