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birds of passage
Giulia Grosso

Dove: Le Monacelle
Quando: 15/05/2009 - 18/05/0009
Info: via Riscatto, 10, MATERA (MT), ore 10-13/15.30-22, ingresso libero. Progetto a cura di Federica La Paglia. Artisti in mostra: Felipe Aguila, Marco Baroncelli, Donna Conlon, María Rosa Jijó, Inés Fontenla, Mario Opazo, Enzo Orlandi, Manuela Viera-Gallo.

Inés Fontanla, La sindrome di Ulisse, 2004/2009, installazione. Courtesy Studio d’arte contemporanea Pino Casagrande, Roma

Tra le iniziative promosse in occasione di Arteknè, la prima mostra mercato internazionale dedicata all’arte contemporanea in Basilicata, che ha luogo a Matera, presso Palazzo Gattini, dal 15 al 18 maggio, birds of passage è sicuramente uno degli eventi più significativi in quanto affronta, in maniera coraggiosa, un tema in questi giorni tristemente alla ribalta delle cronache nazionali, la migrazione.

Un tema che la curatrice della mostra, Federica La Paglia, intuisce come snodo fondamentale nel contesto socio – politico della Basilicata, da sempre terra di emigranti e ora approdo di numerosi immigrati, allargando però la riflessione ad un respiro più ampio, nazionale e universale, attraverso la scelta di opere che puntano non tanto all’analisi del mero dato sociologico, quanto alla riflessione sul significato dell’essere migrante, dell’essere birds of passage, letteralmente uccelli migratori, come gli Americani negli anni Venti chiamavano gli emigranti italiani, sul senso dell’essere lontani da casa in un paese spesso ostile, come lo è, negli ultimi tempi, il nostro.

Ecco allora che prende corpo nella mostra la considerazione del fatto che la storia che leggiamo ogni giorno nello sguardo anonimo dell’Altro che affolla le nostre città, è anche la nostra storia, come palesano gli sguardi dei lucani ritratti e intervistati dalla ecuadoriana María Rosa Jijón nei suoi video e nella installazione audio Lucania en el corazón o nei volti e nelle voci di parole crociate degli italiani Marco Baroncelli e Enzo Orlandi, dove foto di archivio di vecchi emigranti si intrecciano a interviste a nuovi immigrati. Un rimando continuo tra presente e passato, tra Noi e Altri, simboleggiato sapientemente dalle valige che compongono l’installazione La sindrome di Ulisse dell’argentina Inés Fontenla, evidente riferimento alle tristi valige di cartone che hanno accompagnato le nostre antiche migrazioni; un colloquio continuo e ininterrotto che lega in un solo destino gli umili di tutto il mondo e di tutte le epoche, fatto di addii, di solitudine, di lontananza dai propri affetti, poeticamente e dolcemente narrato nel video del cileno Felipe Aguila, non a caso intitolato Filum, nel quale l’artista, da anni in Italia, mantiene il legame con il padre attraverso semplici gesti quotidiani.

Ma il destino del migrante è anche e soprattutto un destino fatto di fatica, di duro e incessante lavoro eloquentemente incarnato dalle mani sporche di terra della donna protagonista di Digging the american dream della cilena Manuela Viera – Gallo. E fatica e duro lavoro si avvertono anche nelle opere di altri due artisti in mostra, il colombiano Mario Opazo e la panamense Donna Conlon, curiosamente accomunate, oltre che dalla tematica, anche dall’utilizzare come metafora della condizione umana gli animali, nel titolo, Scarabeus Sacer del video di Opazo e nelle protagoniste di Coexistence della Conlon; mentre però nel primo l’estenuante salita dell’uomo enfatizza il destino di solitudine del migrante, il poter contare solo su se stesso e il proprio corpo, nelle formichine che animano il video della Conlon il febbrile lavorio alla ricerca di cibo ricchiude un messaggio di speranza, la possibilità, un giorno, di poter fondare proprio sulla comunanza nel lavoro quotidiano un futuro di pace e di libera coesistenza, nel riconoscimento dell’altro in noi stessi, nella consapevolezza che i suoi bisogni sono i nostri stessi bisogni.

15/05/2009

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