Home > Magazine > Recensioni > articoli

Wunderkammern: Titolo-non titolo, una panoramica dagli anni settanta ad oggi
Simona Antonacci

Dove: Wunderkammern
Quando: 05/12/2009 - 06/02/2010
Info: via Gabrio Serbelloni 124, tel 0686903806, lun-gio ore 17.30-19.30, ingresso libero http://www.wunderkammern.net/

Robert Gligorov, Se credevi di aver trovato l’albero delle ciliegie a febbraio sicuramente non potevi immaginarti la terza soluzione dell’enigma di Stelvio

L’Associazione culturale Wunderkammern, nella suggestiva sede romana nel quartiere storico di Torpignattara – Municipio 6, ospita fino al 6 Febbraio 2010 la mostra Titled\Untitled, a cura di Alberto Dambruoso e Micol di Veroli, che si propone di indagare uno degli aspetti cruciali del processo creativo e comunicativo dell’opera.

Attraverso la presenza del titolo o l’assenza dello stesso (che poi non è un’assenza ma, nell’ineludibile impulso classificatorio, rappresenta comunque una dichiarazione) è possibile leggere l’intenzionalità dell’artista, il rapporto tra “le parole e le cose”, la relazione più o meno “aperta” tra autore, opera e fruitore.

Il risultato è un percorso che, a partire da un approccio tematico, permette di indagare anche in senso diacronico trasformazioni, momenti e spazi di ricerca diversi nelle tendenze contemporanee dagli anni settanta ad oggi.

Se la consuetudine moderna di attribuire una capacità chiarificatrice al titolo – usato per definire il contenuto del quadro - perdura ancora nell’Impressionismo, quando esso rimanda a ciò che il dipinto “rappresenta”, sarà con Whistler che il convenzionale rapporto didascalico verrà messo in discussione, con la scelta delle parole a partire dalla loro capacità evocativa. Questa trasformazione prosegue nel Novecento in due direzioni: se per un verso, con l’arte astratta soprattutto, si accentuerà sempre più la spaccatura tra immagine e parola con l’adozione del “senza titolo”, dall’altro la linea simobolico-surrealista minerà il vecchio legame esplicativo a favore di un uso esclusivamente “poetico”. Una reminescenza di questo tipo di approccio persiste nell’opera del performer macedone Robert Gligorov: la sua opera Se credevi di aver trovato l’albero delle ciliegie a febbraio sicuramente non potevi immaginarti la terza soluzione dell’enigma di Stelvio scoraggia qualsiasi tentativo di colmare la distanza tra la parola e l’immagine (in questo caso una fotografia dell’artista che, moderno Titano, ibrida la propria testa con una sfera-ampolla piena d’acqua e pesci rossi), ristabilendo la surrealistica “meraviglia” per le cose.

Rimanendo nello stesso ambito la magrittiana opera di Luca Patella, con un’operazione opposta ma complementare, palesa nel titolo l’essenza paradossale del contenuto dell’opera: una Cornice incorniciata, operazione simile a quella di Nanni Balestrini Il più forte il cui collage - poesia visiva riecheggia il titolo.

Il percorso della mostra si apre con una panoramica di opere titolate degli anni settanta, di ambito concettuale, in cui il recupero di una modalità tradizionale-esplicativa nell’uso del titolo si fa però testimonianza tangibile della volontà di scardinamento del rapporto tra “creatore” e creatura: l’idea è opera d’arte essa stessa, e protagonista anche della titolazione.

Tentativo di formare quadrati invece che cerchi intorno ad un sasso che cade nell’acqua funziona come perfetta didascalia descrittiva per la performance svolta da Gino De Dominicis nel 1969 alla Quadriennale di Roma. Simile l’approccio dell’inedito lavoro di Renato Mambor, Genesi dell’Evidenziatore. L’opera, composta da 30 fotografie, documenta lo sviluppo progettuale di una delle operazioni più significative elaborate dall’artista romano, a partire dallo studio di “segnali” come freccia e cerchio, per passare a segni come l’asterisco e la stella dei rebus, per materializzarsi nell’oggetto Evidenziatore che abbraccia concettualmente tutte le ricerche generative precedenti e concretamente qualsiasi oggetto della quotidianità.

Gioco di rimandi sulla duplicità del rapporto tra il reale e la sua immagine nel paradossale Specchio cieco in cui Alighiero Boetti “guarda” la sua immagine riflessa ad occhi chiusi… La fotografia è stata realizzata da Gianfranco Gorgoni, fotografo di Leo Castelli. Quest’ultimo “compare” nel ritratto tanto enigmatico quanto imparziale realizzato da Fabio Mauri, che lo ritrae attraverso la posizione geografica della sua Galleria a New York.

Nell’opera di Giulio Paolini il titolo, Museo (Febbraio 1896), è supportato della didascalia scritta di pugno dall’artista (una lettera indirizzata a Maurizio Calvesi e Augusta Monferini), che spiega che il casolare della fotografia non è altro che l’abitazione di Cézanne ad Aix en Provence, di cui il lungimirante critico Gustave Geoffroy aveva previsto la futura musealizzazione.

Lo spazio successivo segna un passaggio d’epoca e ricerca, con interessanti confronti generazionali. L’immagine viscerale e carnale di corpi di uno storico fotografo come Dino Pedriali è giustapposta all’inquietante The end is, scultura dalla forma zoomorfa della tendenza “alla Chapman” del giovane Carl D’Alvia e ancora alle immagini patinate di Toomattos (Roxy in the Box e Carlo Rossi), Never Enough. Il duo napoletano presenta un interno casalingo di “disperata” e inquietante perfezione, in cui il feticismo per l’oggetto è legittimato dalla scarpa profumata della collezione Vivienne Westwood 2008.

Sempre attraverso la titolazione è veicolato l’atteggiamento alacremente sarcastico di Vettor Pisani, che nel bronzo Titolo nobiliare posiziona una dea ubriaca su un cranio-simbolo di morte, opera che sembra dialogare con l’altrettanto ironica dichiarazione scritta a grandi lettere “Io non ho titolo” nel Senza Titolo di Paolo Angelosanto. La sua carta damascata bianco-rosso e verde (dalla serie Made in Italy) dialoga con l’opera di Maurizio Arcangeli che, nascondendo il titolo della sua opera M A dentro la scritta “unquadro – unquadro”, invita lo spettatore a svelare l’enigma del titolo attraverso la decodifica dell’alfabeto delle bandiere di segnalazione marina.

Analogo approccio partecipativo si attua, su scala più sottilmente percettiva, nell’Untitled (dalla serie Mirror) di Maurizio Donzelli. L’artista bresciano rinnova la pratica del disegno attraverso l’uso meccanismi di mediazione che ne trasformano la normale e statica percezione: mediante un gioco di specchi e superfici prismatiche, l’opera obbliga lo spettatore a muoversi tutt’intorno alla ricerca dell’immagine originaria e del suo falso doppio.

La riflessione converge a questo punto sulle ricerche pittoriche delle giovanissime generazioni: l’angosciante “bambola” Untitled di Daniele Bucchi, in cui il segno grafico riecheggia l’inquietudine del volto; la “liberatoria” Untitled dell’albanese ora trasferito a New York Ilir Zefi, intenso perché frutto di una “scoperta” dell’astrazione dopo una formazione di tendenza figurativa; l’energica espressione “senza forma” di Apeiron di Christian Breed, in cui bolle di viva materia fluttuano su uno sfondo di segni gestuali e richiami graffitisti; le linee di tensione della velocità del treno in corsa, Fault lines, materializzate in intensi flussi di colori da Luca Padroni.

E ancora il confronto passa all’ambito scultoreo, in un progressivo coinvolgimento ambientale. Riccardo Murelli scandisce i suoi segni bidimensionali per piani inscrivendoli all’interno di una cornice metallica e Licia Galizia articola un raffinato gioco scultoreo-musicale nello spazio, con un nastro che attraversa, tagliandole, leggere superfici d’acciaio in Tratti di equilibrio. All’esterno, nella corte-giardino, davanti alla quinta teatrale della parete stratificata, il monumentale e leggero intervento ambientale di Renzogallo, giardino nel giardino, spazio contemplativo di suggestione orientale.

Il dialogo tra lo spazio fortemente connotato dell’ex frutteria e le opere si fa più fitto e intenso quando si scende nelle “viscere della terra”. Ad accogliere il visitatore nella fucina sotterranea la monumentale figura di Stefania Fabrizi, sorta di Vulcano contemporaneo che non ha bisogno di nominazione né titolo. Untitled (Le considerazioni sugli intenti della mia prima comunione restano lettera morta, Spazio #2), ambiente ricostruito in una delle ex celle frigorifere della cave, costituisce il secondo appuntamento della serie di Gian Maria Tosatti [ Hôtel de la Lune ]: un’indagine che attraverso la microstoria personale riflette sulla macrostoria e sulle sue presunte radici democratiche. Lo spazio successivo accoglie ciò che resta della performance di Angelo Bellobono To be titled: cassette di frutta che, spostate in occasione del vernissage, hanno “svelato” un ritratto sulla parete.

Un’altra piccola cella ospita la proiezione del video Sang de Glace che invita lo spettatore a seguire la penetrante esperienza di Thomas Bernard che ferisce il ghiaccio lacerandolo, con un’azione in bilico tra performance e ricerca di Art in Nature.

Altri due i video presentati in questa occasione. La Trilogia Untitled di Daniela Perego attrae lo spettatore in un coinvolgente viaggio fatto di movimenti rarefatti e delicate apparizioni.

Al termine del percorso una audace poltrona e una timida sedia – entrambi oggetti di design di proprietà dello spazio espositivo - si prodigano in un sensuale corteggiamento nel video di Luana Perilli, registrato e poi proiettato nell’ultima cella della cave di Wunderkammern.

Intanto i cari estinti osservano immobili, compiaciuti nel vedere le loro anime riprendere vita.

18/12/2009

a cura dell'Ass. "Merzbau - Arte e Cultura" sede legale via del Badile 14 - 00159 - Roma | Cell. 347 7074779 - Fax +39 06 97258910