Home > Magazine > Recensioni > articoli

ART PARCOURS: “SPORT CULTURALE” PER BASILEA
Teresa Lucente

Dove: Basilea - Varie sedi
Quando: 17/06/2010 - 19/06/2010
Info: http://www.artbasel.com/

Angela Bulloch,  Night Sky - Mercury & Venus, 2010

Art Parcours, la nuova rassegna di installazioni e performances inaugurata in occasione della 41esima Art Basel, ha sottoposto i visitatori della fiera d’arte contemporanea a una prova di abilità fisica oltre che mentale.

Per tre giorni - dal 17 al 19 giugno - il pubblico che non ha esaurito la sua curiosità tra gli stands delle gallerie di tutto il mondo, ha percorso il centro storico di Basilea insinuandosi nei vicoli medievali, attraversando il Reno, varcando la soglia degli edifici più importanti della cittadina svizzera dal punto di vista politico, culturale e religioso. Armati di mappa topografica, gli instancabili “artofili” si sono avventurati alla ricerca delle dieci manifestazioni artistiche sparse per la città, sfidando la pioggia e le basse temperature serali.

Il progetto, a cura di Jens Hoffmann – direttore del CCA Wattis Institute di San Francisco – è nato da una riflessione estetica sulle possibilità di presentazione e fruizione delle opere d’arte. In particolare, la critica nei confronti degli spazi espositivi convenzionali è confluita nella necessità di un’arte pubblica, che fosse uscita dai luoghi tradizionalmente a essa deputati per integrarsi nel territorio urbano e nel suo tessuto sociale.

John Bock, Angela Bulloch, Daniel Buren, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Aurélien Froment, Ryan Gander, Damián Ortega, Martha Rosler e Cerith Wyn Evans: questi gli artisti che hanno partecipato all’Art Parcours.

Nella cattedrale romanico-gotica Angela Bulloch ha persuaso i visitatori ad alzare gli occhi al cielo, sia in termini fisici sia metaforici. L’artista di origine canadese ha sfondato illusionisticamente la volta sopra l’altare attraverso l’installazione di una grande scatola luminosa e numerosi LED che simulavano una porzione di cielo stellato. Grazie a questo lavoro, intitolato Night Sky: Mercury & Venus (2010), la Bulloch ha evidenziato lo stretto legame tra il luogo di culto e la ricerca, tipicamente umana, di un’entità soprannaturale. L’artista ha voluto, inoltre, richiamare alla mente l’atteggiamento ambivalente dell’uomo nei confronti dell’infinito: da un lato, l’anelito alla conferma dell’esistenza divina, dall’altro, la consapevolezza di essere solo nell’universo.

In prossimità dell’Art Parcours Center, i visitatori sono stati accolti su una barca del XIX secolo e traghettati da una riva all’altra del Reno da un Caronte d’eccezione: John Bock. Il poliedrico artista tedesco – autore di drammi, video, installazioni e performances – ha improvvisato delle surreali pièces teatrali a metà tra l’assurdo e il grottesco, facendo uso di pochi elementi di scena (una serie di strambi oggetti realizzati con materiali poveri). I fortunati che hanno avuto la possibilità di partecipare all’evento (annullato l’ultimo giorno a causa del maltempo) hanno potuto constatare le straordinarie capacità espressive di questo enfant térrible del mondo dell’arte. Ispiratosi al romanzo The Sea-Wolf di Jack London (1904) – da qui il titolo della performance Der Seewolf (2010) – Bock ha assunto il ruolo di un “lupo di mare”, un personaggio in viaggio alla ricerca di sé stesso, alienato dalla società e apparentemente prigioniero delle sue psicosi, una tipologia umana ricorrente sia nei romanzi dello scrittore americano che nelle opere dell’artista tedesco. L’interpretazione ha suscitato negli spettatori emozioni forti insieme a un pizzico di perplessità. Del resto, lo spaesamento è una reazione che volutamente l’artista innesca nel suo pubblico, privilegiando forme espressive illogiche e dissociate. Nel contesto fieristico tradizionale, questa bizzarra performance è stata un piacevole diversivo, grazie all’energia vitale e alla paradossale ironia che hanno contraddistinto questo lavoro – e che sono riscontrabili in molte altre opere di John Bock.

L’imbarcazione sulle acque del Reno ha garantito ai presenti un’ottima visuale dell’installazione che Daniel Buren – artista francese ormai di fama internazionale – ha realizzato all’esterno della vecchia università di Basilea, un edificio risalente al 1460 che si affaccia sul fiume.

In Colors on the Rhine – work in situ (2010), Buren ha costruito geometricamente lo spazio – come ricorre spesso nei suoi interventi site-specific – e, utilizzando come unità di misura i vetri delle finestre, ha composto una scacchiera cromatica e luminosa percepibile chiaramente nelle ore notturne. Insieme alla suggestione estetica innescata dal pattern visivo, di particolare interesse è il carattere ludico che la griglia colorata ha conferito a una delle sedi principali dell’istruzione e della formazione svizzere. Con un po’ di immaginazione e una sottile vena ironica, l’università poteva assumere l’aspetto di una discoteca in stile anni ’70.

Entusiasmante la video-installazione di Nathalie Djurberg nel deposito seminterrato del Museo di Storia Naturale di Basilea. Il video claymation presentato in occasione dell’Art Parcours – Of Course I’m Working with Magic (2010) – musicato dal vivo da Hans Berg, si distingue nella tecnica dai lavori precedenti dell’artista, di origine svedese. Frutto di disegni monocromi e successive cancellature sulla stessa superficie bianca (che rimandano al lavoro dell’artista sudafricano William Kentridge), l’opera rispecchia l’universo immaginario della Djurberg, un mondo surreale, grottesco, a tratti macabro, popolato di personaggi fantastici e degradanti – umani e animali – che mettono in luce le pulsioni più recondite dell’animo umano. Parte integrante dell’installazione è stata la proiezione di due altre video animazioni dell’artista realizzate, come la prima, con la tecnica dello stop motion. I due lavori, caratterizzati da colori psichedelici e popolati da pupazzi modellati in plastilina, hanno presentato ancora atmosfere da incubo, in cui il comportamento umano oscilla tra l’animalesca soddisfazione degli istinti più violenti e intimamente sessuali, e l’anelata ascesi spirituale. La video-installazione non poteva essere ospitata in un contesto migliore di quello dei magazzini del Museo di Storia Naturale. Agli scenari naturali, rivisitati in chiave fantastica, proiettati sugli schermi, facevano da contraltare – visivo e concettuale – le serie di scheletri animali imballati o esposti negli spazi del deposito sotterraneo, zone destinate anche alla presenza del pubblico. L’evidente rimando tra reale e surreale ha generato nello spettatore una sensazione di straniamento dalla realtà, seguita da un’intima partecipazione alla visione allucinatoria dell’artista. La colonna sonora di Hans Berg, infine, ha completato il quadro offrendo il giusto contrappunto musicale.

Nello stesso museo, al piano superiore, Ryan Gander ha tenuto due brillanti lezioni basate sulla libera associazione di idee (“Loose Association Lectures”: 18th Loose Associations 1.1, 2002; 19th Loose Associations 2.1, 2003), concatenando i temi discussi – desunti dal mondo della politica, della scienza, della storia, della cultura, etc. – attraverso dei nessi apparentemente improbabili. L’artista inglese, che opera da sempre una riflessione di stampo concettuale sulla natura del linguaggio, ha sfidato la logica della narrazione rasentando il non-sense, davanti a un pubblico attento e divertito.

Come Ryan Gander, anche l’artista francese Aurélien Froment studia concettualmente la struttura del linguaggio e la sua ricezione da parte degli individui. Nell’ambito della rassegna dell’Art Parcours, Froment ha presentato in anteprima il documentario The Fourdrinier Machine Interlude (2010), a proposito dell’invenzione e della produzione della carta nella città di Basilea. Il tema attorno al quale si è incentrato il lavoro, tuttavia, è stato solo un pretesto per un’indagine approfondita sugli elementi costitutivi della comunicazione. A concorrere al coinvolgimento emotivo del pubblico, oltre all’utilizzo di particolari espedienti tecnico-formali e al singolare metodo narrativo, è stato l’accattivante arrangiamento pianistico dal vivo, negli intervalli tra un capitolo e l’altro del documentario.

Suggestiva l’installazione di Damián Ortega – New Balance (2010) – nel cortile interno della sede del governo di Basilea. La struttura in ferro tripartitica, dominata dalla scultura della Dea della Giustizia, è stata concepita per l’interazione del pubblico, che ha potuto scomporne gli elementi, modificandone l’equilibrio iniziale.

Il mercatino dell’usato organizzato da Martha Rosler – Fair Trade Garage Sale (2010) – nel Museo di Storia Culturale, è nato dall’idea di uno scambio di merci equo, o meglio dalla convinzione che un oggetto inutile per qualcuno può fare la felicità di qualcun altro. L’artista newyorkese ha chiamato in causa le diffuse speculazioni sulle opere d’arte, tipiche dell’era contemporanea, e ha tracciato un ideale filo conduttore con le contrattazioni che avvenivano nello stesso tempo negli stands della fiera.

Frutto di un collage antinarrativo di varie citazioni, le parole scelte da Cerith Wyn Evans illuminate da fuochi artificiali, hanno connotato concettualmente il lavoro dell’artista originario del Galles.

L’installazione site-specific Paysage fautif (Wayward Landscape) – realizzata su una piattaforma galleggiante sul Reno – conclude l’itinerario “sportivo”–culturale proposto quest’anno dagli organizzatori di Art Basel. Speriamo che l’offerta del parcours artistico persista anche nella prossima edizione come palliativo al diffuso “stress da fiera”.

22/07/2010

a cura dell'Ass. "Merzbau - Arte e Cultura" sede legale via del Badile 14 - 00159 - Roma | Cell. 347 7074779 - Fax +39 06 97258910