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Jannis Kounellis in mostra a Bari
Valentina Piccinni

Dove: Teatro Margherita - Bari
Quando: 15/05/2010 - 20/09/2010
Info: Piazza IV Novembre – Piazza del Ferrarese dal martedì alla domenica 11.00 – 13.00/17.00 – 21.00 - ingresso libero

Sino al 20 settembre sarà possibile visitare a Bari, presso il Teatro Margherita e la vicina Piazza del Ferrarese, la mostra personale di Jannis Kounellis, curata da Annamaria Maggi e Vito Labarile, promossa dal Comune di Bari in collaborazione con l’associazione ONLUS “Di Segno in Segno”.

Il progetto espositivo consta di due sezioni che dialogano tra di loro, una sempre fruibile nel luogo pubblico per eccellenza, la piazza, l’altra in quello che dovrebbe essere uno spazio dedicato all’arte scenica ma che da più di trent’anni versa in uno stato di semi-abbandono, soggetto ad un “lento” restauro, il Margherita.

Tutto sembra orchestrato perfettamente per colpire esteticamente e concettualmente lo spettatore. Una prima sensazione di spaesamento la si prova sulla soglia del teatro. Ogni aspettativa di entrare in un ambiente liberty annunciato dalla facciata viene tradita dallo stato reale degli interni. Ciò che Kounellis occupa e pervade è un rustico, un interno delabré, uno spazio sospeso tra ciò che è stato e ciò che ancora non è. In questa indeterminatezza temporale e culturale si situa l’opera site-specific dell’artista che, seppur distinguibile in tre installazioni differenti e autonome, allo stesso tempo risulta una sorta di viaggio mitico, un "atto unico" nel quale lo spettatore è invitato a partecipare.

Il percorso ha inizio nel foyer del teatro dove, con ritmo cadenzato, si stagliano circolarmente enormi cavalletti metallici che sostengono lastre sulle quali vecchi capotti sono fissati e schiacciati da superfici di piombo più piccole. Questo coro silente, di cui nulla sappiamo ma che possiamo immaginare come il resto di qualcosa che è stato, sembra assistere inerme allo spettacolo di un’anomala passione di Cristo, resa dall'artista con delle travi d'acciaio, dove ancora una volta ciò che ci fa segno si situa nella non-presenza. Tutto sembra rimandare da un punto di vista meta-artistico alla morte della pittura da cavalletto, alla fine della rappresentazione come ripresentazione della natura a favore dell’occupazione dello spazio e del dialogo tra "contenitore" e "contenuto", ma anche all’impoverimento del soggetto, alla perdita dell’individualità dell’uomo e allo stato d’impotenza nel quale è stato ridotto o in alcuni casi si è fatto ridurre.

A ritornare nella seconda installazione sono i cappotti. In un corridoio molto ampio che collega il foyer alla platea la parete destra è completamente rivestita da questi indumenti di riuso, resti esistenziali appesi ad una rete che ricopre il muro per mezzo di ganci da macelleria. Una comunità di spettri, distinguibili nella loro differenza dai vari cromatismi dei tessuti tra il blu e il nero, che seppur liberati dal peso del piombo, sembrano incapaci di dialogare e di fronte ai quali si staglia una parete nera priva di coordinate e spazialità.

Percorso il corridoio al visitatore è impedito di accedere alla platea, occupata da quelle che sembrano essere imbarcazioni alla deriva. Qui a ritornare sono le lastre d’acciaio e le travi, rispettivamente le vele e gli alberi d’imbarcazioni i cui scafi sono fatti di sacchi di juta ricolmi di carbone, altri due topoi dell’Arte Povera di Kounellis. Gli alberi di queste barche simbolo dell’arte stessa sorreggono concettualmente, giungendo sino ad essa, la pericolante cupola che sovrasta la platea di questo teatro sul mare, mentre le vele sono abbassate in attesa che qualcosa cambi. Lo spazio viene così occupato orizzontalmente e verticalmente da Kounellis, in un gioco di rimandi tra significanti che molto lasciano intendere sullo stato attuale dell’arte, della politica culturale e dell’edificio stesso.

Se nelle prime due sezioni l’artista sembra comunicare una sorta di sfiducia nell’essere umano, o constatare come cifre di questo secolo l’immobilità, la spersonalizzazione e l’indifferenza del soggetto, in quest’ultima installazione la funzione “portante” dell’arte e del lavoro artistico, sembra un invito all’azione per colui che osserva. L’opera vuole ricordare che l’arte può salvare il mondo, come più volte ha dichiarato lo stesso artista, ma che ha bisogno dell’uomo per esserci. Un modo questo per richiamare l’attenzione dei cittadini baresi sullo stato in cui verte questo storico teatro, un invito a reagire, a riflettere sulla funzione vitale dell’arte, per non lasciarsi schiacciare dal peso dell’indifferenza, della rovina e del tempo.

Un monumento al lavoro civile sembra invece essere quello situato in Piazza del Ferrarese che ha come quinta le grandi porte dello storico mercato del pesce. Un parallelepipedo di acciaio sormontato da un altro di dimensioni inferiori dal quale, per mezzo di feritoie, si intravede e dall’alto emerge un accumulo di carbone. Con l’uso di materiali a lui cari e che contraddistinguono il suo percorso creativo l’artista propone in questo spazio simbolico della città un organismo plastico che nobilita ciò che ai nostri giorni si fa sempre più prezioso.

Un progetto installativo, quello di Kounellis, che si inscrive in luoghi carichi di memoria storica e culturale e che dialoga sia con l’architettura, divenendo parte di essa, sia con la res-publica, imponendosi allo sguardo dei passanti.

22/07/2010

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