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La distruzione delle barriere barbarie, ecco i Señales Rojas della violenza
Flavia Montecchi

Dove: Galleria IILA, Istituto Italo-Latino
Quando: 11/11/2010 - 11/12/2010
Info: vicolo dei Catinari 3, tel 06 68492.224, lun-sab ore 16-20, ingresso libero info@iila.org - http://www.iila.org/

Emilio Leofreddi, Tenda Enterprice 2, 2009, tecnica mista su tenda indiana, 200 x 200 cm

“Sono partita dalla ricerca di un’arte contro la proliferazione delle barbarie” afferma Patricia Rivadeneira, curatrice della mostra militante Señales Rojas 2010, che vede per la sua seconda edizione la partecipazione della Fondazione Volume! oltre che a quella promotrice dell’Istituto Italo-Latino Americano.

I “segnali” che irrompono nella manifestazione e si conficcano nella vita quotidiana degli spettatori, sono performance, video o installazioni che raccolgono l’indagine collettiva del concetto di emergenza intesa come violenza. E se la Fondazione propone la video-installazione tratta dalla performance di Myriam Laplante “Lupus in fabula”, è nella sede centrale della manifestazione, le Scuderie di Palazzo Santa Croce, che si alternano le opere di Jota Castro (Perù), Regina Galindo (Guatemala), Alejandro Gómez de Tuddo (Messico), María Rosa Jijón (Ecuador), Emilio Leofreddi (Italia), Jorge Pineda (Repubblica Dominicana), Manuela Viera-Gallo (Cile) e Camilo Yáñez (Cile). Ognuno degli artisti è stato chiamato ad esprimere il proprio concetto di violenza ed emarginazione per poi mostrarlo al pubblico, riscattandolo una volta esposto.

Ciò che si evince dall’insieme delle opere è una rivelazione trasversale della messa in scena della vita nei suoi momenti più complessi. Come appare nella violenza familiare del bambino in legno di Jorge Pineda, dove le dita si consumano nell’onda di graffiti graffiati lungo il muro su cui rivolge il viso. Un’immagine dolorosa che urla in silenzio come i lamenti della sofferenza femminile subita dall’opera multi-format di Manuela Viera Gallo. Con “Domestic Violence” parte del trittico fotografico “No signal” insieme ad un video e degli orpelli di porcellana distrutta agghindati in corde penzolanti, disegnano sul muro una trama di delicati turbamenti fascinosi, che ricamano in ombre sinistre la sfumatura femminile del dolore velato. Poi c’è la violenza politica che con il manifesto pubblicitario di propaganda firmato Camilo Yáñez ci si sente invasi dalla mafia e riportati al ricordo del Padrino dove “la politica è sapere quando tirare il grilletto”. Sembrerebbe una minaccia attualissima leggere i discorsi tratti dalla III serie del film di Coppola, ed ecco che l’artista cileno ha colpito nel segno: “Abbiamo chiesto agli artisti di raccontare loro stessi, la loro esperienza privata volgendosi al mondo. Il punto interessante è osservare cosa succede in questo passaggio dal mondo in sé.” Continua la curatrice. Ed è poi la paura del viaggio, la sofferenza di raccontare esperienze vissute o sentite proprie che nasce l’opera dell’unico artista italiano presente in mostra Emilio Leofreddi.

Definendosi artista “on the road” è con estrema ironia ma veritiera freddezza che in “Tenda Enterprice 2” promuove le offerte dei viaggi low cost insieme a quelli degli immigrati: “one way” e “all inclusive” sono le uniche costanti che non mutano tragicamente mai per due stendardi pubblicitari in tenda di accampamento anziché tela. Il gommone di Jota Castro ricolmo di monete è posto al centro della sala e sorregge il peso della fatica migrante mentre il video di Regina Galindo impartisce lezioni di sopravvivenza in un corso “para hombres y mujeres que viajaran de manera ilegal a los Estados Unidos” dal Guatemala. Il concetto di migrante e della sua identitaria integrazione viene esposto dai ritratti antropologici di María Rosa Jijón, dove 13 immigrati residenti in Italia mostrano il loro volto mostrandosi alla telecamera che li sfida a rivelarsi quasi per intero, davanti ad uno sfondo neutro e privo di qualsiasi contestualizzazione per più di un minuto. Molto forte poi il lavoro di Alejandro Gómez de Tuddo che, servendosi di feti nati morti e studiati negli ospedali italiani o negli istituti di medicina forense, ne fotografa il volto o parte del corpo defunto per poi stamparlo sulle piastrelle di porcellana funerarie quasi come a dargli onore di sepoltura.

Custodite in una teca illuminata, le immagini danno forma ad un archivio della memoria dove l’identità diventa un diritto alla sopravvivenza. La forze emotiva e ricca di significati sociali dell’evento ha voluto per questa seconda edizione un supporto energico e concettule anche dalle gallerie del centro storico. Federica Schiavo Gallery, Stefania Miscetti, 1/9, Furini e diversi altri hanno portato in campo artisti capaci di affrontare un tema simile, in cui il segno distintivo era quello di emergere, di uscire fuori da una crudeltà collettiva quanto intima. Ecco che la piattaforma dibattimentale sul funzionamento dell’arte contemporanea nelle sue pratiche sociali ha esploso la sua violenza trascinando con se i sacchi di una merce democratica. Merce che non appartiene solo a Mary Zygouri, ma alla consapevolezza di ognuno di noi.

27/11/2010

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