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Zaelia Bishop. Il terzo inverno. Brevi racconti sul naufragio
Valentina Piccinni

Dove: Galleria Ingresso Pericoloso
Quando: 18/02/2011 - 14/04/2011
Info: Via Capo d’Africa 46, tel 064549656, lun-sab ore 15.30-19.00 o su appuntamento – ingresso libero. http://www.ingressopericoloso.com

Zaelia Bishop - Portrait after great pain

Si è inaugurata giovedì 17 febbraio, presso la Galleria Ingresso Pericoloso, la personale di Zaelia Bishop (Roma, 1977), terza tappa espositiva del progetto dei Diari di Dedalo, curata da Francesco Paolo del Re, visitabile sino al 14 aprile.

Un viaggio inconsueto, quello che ci propone l’autore, attraverso tre dimensioni, tre differenti spazi-tempo simbolicamente legati alle ceneri, al sogno, e alla zona liminare tra l’infanzia e la maturità, tappe inesorabili e per natura condivisibili perchè universalmente destinate ad essere percorse.

La prima sala, dedicata ai quindici Portraits after great pain, è proprio quella delle ceneri, dove fotografie d’epoca inscenano un orizzonte ontologico di possibili avi, dei quali si è persa la memoria, come testimoniano le loro “biografie” bruciate, disposte come resti inutilizzabili ai loro e ai nostri piedi. Una teoria di personaggi la cui storia si fa mistero, naufraghi di una vita ridotta ad un fuggevole scatto, che perdono la loro bidimensionalità attraverso escrescenze fossili, conchiglie, spine, petali e foglie secche, assemblate con maestria alla carta fotografica, frutto di una proiezione immaginale dell’autore su queste icone dalle fievoli voci che sembrano rappresentare una metamorfosi incompiuta, indice del loro essere altro da semplici immagini, frutto di una stratificazione immemoriale.

Una dimensione di finis vitae, mortifera, proprio la stessa che Barthes ritiene sia possibile assegnare alla fotografia – in una riflessione sul legame tra quest’ultima e la morte nella società contemporanea – a quell’immagine che, pur volendo conservare la vita, produce simbolicamente la morte, non più religiosa, ma letterale.

La seconda sala è quella legata al sogno e al mito, attraverso le Scatole della Maledizione e ai tre altari dedicati ai funerali di Dedalo, dunque all’espressione di un tempo onirico ed uno mitico, entrambi indeterminabili perchè mai pragmaticamente vivibili, come ci ricordano i quadranti senza lancette presenti in una delle opere. Queste due istanze temporali vengono evocate attraverso assemblaggi “squisiti” – come probabilmente li definirebbe Renato Barilli per differenziarli da quelli “democratici” di natura New Dada – nati da un collezionismo di cornelliana memoria, nei quali Zaelia Bishop associa oggetti disparati legati da sottili e segrete corrispondenze.

In modo ossimorico l’autore racchiude universi percorribili attraverso l’immaginazione in box, teche, palcoscenici in miniatura, dove si consumano per poi rigenerarsi racconti altamente simbolici, i cui segni sono condensati senza sovrapporsi, permettendo così una libera digressione e progressione conscia e inconscia dello spettatore che, osservandoli, naufraga egli stesso tra la spazio immaginale dell’autore e il proprio immaginario, in un limbo fatto di paure, incertezze e frammenti di memoria.

Il percorso espositivo termina nella terza sala dove, questa volta, il fruitore è chiamato a “creare” a sua volta l’opera, essendo essa un’installazione che occupa le quattro pareti. Siamo dunque noi che abitandola evochiamo i significati di questi pastelli bruciati, tesi a sottolineare come l’infanzia sia oramai sfumata, della quale ci restano le insidie spinose di accadimenti che scopriremo rivelarsi come costanti problematiche del nostro divenire. Tra questi chiodi rivolti verso di noi si nascondono ancora tracce di quei sogni che abbiamo appena lasciato alle spalle, e che timidamente si fanno spazio tra le materiali insidie che ci impediscono di toccarli, di avvicinarci. Potrebbero trafiggerci, ma anche proteggerci da chimere irraggiungibili, oppure sgretolarsi definitivamente tra le nostre mani, lasciandoci però sulla pelle la scura traccia di qualcosa andato in fiamme, carbonizzato, dissolto.

Una sorta di camera ardente di un tempo concluso ma non perso, che fa eco a quello che Zaelia Bishop impiega per inventare le sue costruzioni, le sue architetture oniriche, i suoi assemblaggi raffinati e perturbanti, nei quali nulla appare aleatorio nonostante ciò che viene a mancare è una narratività lineare intrinseca. Sedimenti di realtà e di apparizioni, di attimi e flussi di (in)coscienza che tracciano la soglia, il limite tra il visibile/dicibile e l’enigma della visione.

01/03/2011

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