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James Beckett: Khevsurvite Derivativa (potenziali abitanti di anfratti)
Teresa Lucente

Dove: T293
Quando: 27/01/2011 - 05/03/2011
Info: Via dei Leutari, 32 (zona piazza Navona) – 00186 Roma. Orario: ma-ve ore 15–19. Ingresso libero. www.t293.it

photo Maurizio Esposito

“L’incontro casuale di uncucchiaio di legno e una racchetta da sci in una galleria d’arte”: così commenterebbe il poeta Isidore Ducasse in riferimento alla personale romana di James Beckett. Siamo solo all’inizio di un museo universale del non-sense…

Una famiglia di insoliti manufatti abita in questi giorni la galleria di via dei Leutari, opere di un artista nato in Zimbabwe, cresciuto in Sudafrica e residente in Olanda. Influenzata dall’antropologia e dalla patafisica, la produzione di James Beckett (Harare,1977; vive ad Amsterdam) si distingue per la combinazione e la catalogazione di oggetti, in quanto prodotti di una collettività. Il suo scopo sembra quello di ricostruire la storia dell’uomo attraverso i suoi aspetti più marginali, fornendo una chiave di lettura alternativa a quella ufficiale.

Le opere esposte a Roma testimoniano, questa volta, un interesse di carattere etnografico. L’intento dell’artista è quello di tracciare un filo conduttore tra il patrimonio culturale della tribù africana dei Khevsuri e le sue presunte radici cristiane, alla luce delle sue assonanze con la cultura visiva occidentale. Il parallelo tra l’architettura Khevsur e quella tipica dei giardini zoologici, da cui ha origine la ricerca dell’artista, si traduce in due installazioni ambientali, caratterizzate da irregolari basi di compensato sormontate da grandi rami d’albero. I “falsi utensili” allineati sulle pareti della galleria documentano, invece, la fase successiva dell’indagine beckettiana: una serie di manufatti realizzati attraverso l’assemblaggio di strumenti di uso quotidiano (di varia provenienza) e altri che richiamano le tecniche di sopravvivenza tribali. Cucchiai in legno, rudimentali coltelli, baionette, racchette da sci e altri elementi, legati insieme, danno vita a un immaginario culturale incredibilmente nuovo. L’effetto sull’osservatore è quello di una disarmante attrazione, data dall’imprevista concatenazione di oggetti familiari e non, corpi contundenti e morbidi, materiali freddi e caldi, forme concave e convesse.

Il metododi Beckett evoca quello del ready-made surrealista, per cui “l’avvicinamento di due (o più) elementi di natura apparentemente estranea su un piano altrettanto estraneo a entrambi provoca tra le più potenti detonazioni poetiche” (Max Ernst). Tuttavia, Beckett sostituisce l’automatismo psichico sbandierato da Bréton con una logica razionale del fare artistico. Gli oggetti selezionati dall’artista sono il risultato di una scelta consapevole edi una volontà conservativa che, se da un lato emula la pratica museale, ne evidenzia, dall’altro, gli aspetti paradossali. Beckett ricalca idealmente il linguaggio del museo, anche – come lui stesso afferma – “a dimostrazione di un generale nonsense”, che risiede nella volontà di mantenere “in vita ciò che è obsoleto”.

Per riflesso, anche all’ombra del lavoro di Beckett sembra aleggiare la consapevolezza di una certa assurdità. L’artista sembra impegnato nella titanica impresa – a cui non manca un tono ludico - di ordinare un sorprendente patrimonio di reperti, in qualità di monumenti commemorativi alla transitorietà della vita. Quello che potremmo definire un “bizzarro anelito a un museo universale”dovrebbe almeno indurci a riflettere sul ruolo dei musei contemporanei: delle “cattedrali”, in cui ogni oggetto è una reliquia.

01/03/2011

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