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Cifrari Umani
Teresa Lucente

Dove: b>gallery
Quando: 26/03/2011 - 27/03/2011
Info: piazza Santa Cecilia 16. Orari: sabato 26 marzo dalle 16 alle 0.00 – domenica 27 marzo dalle 11 alle 20. Ingresso gratuito. Info: 06 58334365.

Meta pressoché ignota alle folle serali che abitualmente assalgono il quartiere romano di Trastevere, la splendida Piazza Santa Cecilia è stata recentemente teatro del primo appuntamento di Cifrari Umani. Quest’ultimo è il titolo del ciclo espositivo itinerante che ha visto la luce sabato 26 e domenica 27 marzo presso la b>gallery. Il progetto, ideato e curato da Chiara Lorenzetti e coadiuvato dal gruppo di lavoro Treate&Release, prevede una serie di collettive a cadenza trimestrale di artisti nazionali ed internazionali, chiamati a confrontarsi sull’ampio e sempre attuale tema della condizione umana.

In questo progetto l’arte si lega alla crittografia grazie all’uso della metafora, quale mezzo per unire due mondi semantici solitamente estranei tra loro. Così, l’opera d’arte è definita come un testo cifrato che può essere decodificato o meno, in relazione alla volontà dell’autore di fornirne la chiave. Potenzialmente, l’artista assolve la funzione di cifrario, svelando il contenuto della propria opera e rendendola quindi accessibile al pubblico. Confortato dal silenzio critico, l’artista rimane dunque l’unico a muovere le pedine del gioco interpretativo.

Privando il pubblico della chiave della sua opera, Maria Abdulhamid (Mosca, 1980) ne ha favorito l’abbandono totale nell’avvolgente trama allucinatoria del suo video. Daughter of the forest ci proietta in un’intricata e misteriosa foresta. Dei cuori scarlatti pulsano sul terreno grigio: la Madonna di un’icona russa ne afferra uno e lo dona al Figlio che ha in grembo. Un’inquietante musica tribale segue il frettoloso fluire del sangue dal cuore al sottosuolo, abbeverando le radici degli alberi e risalendone il tronco fino a sgorgare dai rami sotto forma di strani occhi. Improvvisamente, le pupille si dilatano e si snodano in un vortice di cerchi concentrici. Un’ipnotica forza centripeta musicata da canti liturgici ci conduce attraverso una profusione di forme geometriche colorate, dall’impronta decorativa tipicamente siriana. Il viaggio mistico pare raggiungere il suo apice finchè, gradualmente, gli echi ornamentali si dissolvono in un buco nero dove si annidano l’incertezza del presente e l’imprevedibilità del futuro. Daughter of the forest è la rappresentazione simbolica del singolare percorso di vita dell’artista, caratterizzato, come lei stessa afferma, da “nostalgia e dislocazione”. L’opera raccoglie, infatti, le percezioni, le atmosfere e i segni di un’esistenza vissuta in tre paesi molto diversi tra loro: la Russia, la Siria e, infine, l’Italia. Così, l’immaginario desunto dall’infanzia vissuta a Mosca, l’adolescenza a Damasco e l’inizio della maturità a Roma, si risolve in un’opera dalle straordinarie doti espressive e comunicative, oltre che tecniche. Frutto della sovrapposizione – e della successiva animazione – digitale di quattro incisioni, il video è definito da Maria Abdulhamid come un’”operazione alchemica”. Attraverso la trasformazione chimico-fisica della materia – tipica sia della tecnica incisoria che del procedimento alchemico – l’opera si configura come uno srumento di liberazione e di ascesi spitituale.

Un simile desiderio di purificazione dell’anima mediante il recupero di un più intimo contatto con la natura, pur stando al passo con le contemporanee innovazioni tecnologiche, è insito anche nella produzione dei Quiet ensemble. In occasione della prima mostra di Cifrari Umani, Fabio Di Salvo e Bernardo Vercelli, con la collaborazione tecnica di Fabio Sestili (sound designer), hanno riadattato un’opera già presentata lo scorso anno in occasione del Festival della creatività di Firenze. John Cage’s è una suggestiva installazione caratterizzata da sei gabbie metalliche collegate a dei “microfoni a contatto” che registrano ed amplificano le vibrazioni prodotte al loro interno da alcuni “diamantini”, dei piccoli volatili originari dell’Australia. Contemporaneamente, un proiettore imprime sul pavimento una serie di parole o coppie oppositive di parole, che assolvono la funzione di chiave per la decodificazione dell’opera. “Le piccole cose, melodia-rumore, consapevolezza, ritmo, umiltà-arroganza, attenzione, antropocentrismo, ascolto, natura, bellezza-orrore, cattività-libertà…”: sono alcuni dei concetti attorno ai quali ruota la poetica dei Quiet ensemble. Come il titolo dell’opera suggerisce, la filosofia e l’estetica musicale di John Cage hanno influito molto sul loro pensiero. Gli artisti invitano il pubblico all’ascolto di ogni suono o rumore presente in natura, anche quelli apparentemente insignificanti come il fruscio delle foglie degli alberi o i movimenti di un uccellino in gabbia. All’armonia musicale prediligono il ritmo casuale, che risveglia nell’uomo la consapevolezza per ciò che lo circonda e lo conduce alla scoperta di inattesi universi sonori. La musica, dunque, è già presente in natura; il ruolo dell’artista risiede unicamente nella sua liberazione.

A differenza di Maria Abdulhamid e dei Quiet ensemble, Valentina Parisi e Arianna Sammassimo hanno pubblicato le loro chiavi attraverso dei testi autoriali. “Alle infinite possibilità di apparire corrispondono infinite possibilità di essere”: così esordisce Valentina Parisi (Roma, 1982) nel suo cifrario stampato. La sua personale ricerca sull’ambiguità della percezione visiva – innescata probabilmente nel corso della sua attività come fotografa – concorda pienamente con i presupposti teorici della mostra. Qui l’artista espone l’installazione treperduenove: due light boxes caratterizzate da un collage di forme astratte, il cui movimento illusorio è il risultato dell’altalenante modulazione della luce attraverso il supporto cartaceo. L’elemento luminoso è, generalmente, uno dei fattori che più contribuiscono a deformare la percezione di un oggetto, così come (si sa) il punto di vista dell’osservatore. La nostra percezione dell’opera, infatti, varia in relazione all’intervallo spaziale che ci separa da essa. Se ad una certa distanza dall’installazione è possibile individuare una composizione di forme geometriche circolari, più da vicino siamo in grado di cogliere numerosi particolari che prima erano sfuggiti al nostro sguardo. Ciò che sembrava un cerchio perfetto ora mostra i suoi contorni frastagliati; ciò che

appariva come un mondo disabitato si popola ora di esseri animati. Tuttavia, più dei fattori esterni sono forse quelli psicologici a contraddistinguere le nostre personali visioni del mondo. Per sottolineare questo aspetto percettivo, l’opera è concepita visivamente perché rispecchi la pluralità delle proiezioni mentali degli spettatori. Che l’installazione di Valentina Parisi evochi mondi lunari, folle agitate o bizzarre nature morte non ha importanza. Lo scopo dell’artista è di generare nel pubblico la consapevolezza sulla soggettività della rappresentazione, sulle infinite chiavi di lettura della realtà e sull’equivocabilità dell’immaginazione come filtro interpretativo di un’ipotetica verità assoluta.

I temi della percezione visiva e della fruizione dell’opera d’arte interessano anche la produzione di Arianna Sammassimo (Roma, 1985), con un accento più spiccatamente concettuale. “Tutto ha inizio con una poltrona ben posizionata” – scrive l’artista nel suo cifrario, – poi un’altra ancora accanto alla prima e un tavolino posto tra le due poltrone a ricreare un salotto (probabile eco della sua recente performance romana Casa di bambola, assieme a Valentina Parisi). Il salotto che caratterizza l’installazione ambientale di Arianna Sammassimo è però molto particolare perché si trova fuori dello spazio espositivo, in un angolo di Piazza Santa Cecilia, che si offre per l’occasione come “scenografia in prestito”. Così, quella visione inaspettata e “stra-ordinaria” risuona in noi come un invito, un incoraggiamento a uscire fuori dalla galleria, sfruttando la funzione unificante della piazza antistante. Where is the hole? è insieme il titolo dell’opera e il quesito rivolto al pubblico, stimolato a rispondere attivamente come in una caccia al tesoro, dove chi cerca trova la soluzione. Poco distante dal salotto all’aperto, infatti, un foro illuminato nel muro esterno di un edificio si offre all’occhio curioso dell’osservatore, che ha la possibilità di soddisfare le proprie pulsioni voyeuristiche. Così, guardare, uscire e partecipare diventano le parole d’ordine di un singolare percorso artistico, nato da una critica al consueto nonché fuorviante modello fruitivo dell’opera d’arte. L’obiettivo della generale partecipazione all’evento artistico contemporaneo, infatti, non è più l’interesse per l’opera in sé ma il puro “esserci”, legato alla possibilità di sfoggiare il proprio status symbol. Frutto di un iter di ricerca focalizzato sul tema del corpo, da quello pittorico a quello reale dello spettatore, l’installazione di Arianna Sammassimo mira a generare nel pubblico un più attivo coinvolgimento, sia fisico che mentale, nei confronti dell’opera d’arte, affinché ne diventi parte integrante.

20/04/2011

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