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VIOLETTA VALERY. DA PICCOLA FACEVO DISEGNI COLORATI.
Valentina Piccinni

Dove: Galleria Ingresso Pericoloso
Quando: 19/05/2011 - 09/07/2011
Info: Via Capo d’Africa 46, tel 064549656, lun-sab 15.30-19.30 o su appuntamento – ingresso libero - www.ingressopericoloso.com

Courtesy Galleria Ingresso Pericoloso

Si è inaugurata il 19 maggio, presso la galleria Ingresso Pericoloso, la prima personale di Violetta Valery visitabile sino al 9 luglio.

Una volta raggiunta la soglia di via Capo d’Africa 46 non fatevi intimidire dai teli scuri che, come tende, coprono i vetri della porta. Nulla nell’allestimento è lasciato al caso, anche questo accorgimento; entrando in galleria subito ci si rende conto di quanto quell’uscio oscurato sia necessario ai fini della visione.

Quella che ci accoglie è una stanza, un luogo nel quale ci sentiamo subito ospiti di Violetta. Un tavolo di legno vivo che trasuda da ogni crepa una possibile storia, con un cassetto lasciato socchiuso. Sulla sinistra una finestra dove un solo scuro è aperto e ancora, disposta in un angolo su una sedia, non una valigia, ma la Valigia vuota di Violetta Valery, quella che l’ha accompagnata nei suoi viaggi, compreso quest’ultimo. Tutto appare come un invito all’immaginazione.

La finestra, con la sua doppia valenza, ci rimanda allo sguardo che si spinge oltre partendo dall’interno, dunque lo sguardo di Violetta, e a quello che penetra dall’esterno, il nostro, quello del “voyeur” che però diventa, vivendola, parte dell’opera. Due elementi privati del loro contenuto, il cassetto e la valigia, dai quali possiamo immaginare l’artista abbia estratto le sue opere e dove queste ultime verranno nuovamente riposte.

I fogli strappati da un taccuino e disposti sul piano di lavoro non possono essere definiti banalmente disegni. Disegno non è il termine che più si addice a descrivere questi “resti” di Violetta lasciati giacere sul tavolo. Ma di-segni si tratta, segni che tramano, tratteggiano e che raccontano pensieri, riflessioni, ricordi ed evocazioni di sogni, rielaborazioni visive e grafiche di sottili e graffianti moti interiori.

In queste pagine, come lo scritto non si palesa come fosse una didascalica, il disegno non si riduce mai a pura illustrazione. Entrambi i registri si fondono attraverso giochi di parole e di immagini, per dar vita ad una sorta di aforistica poesia visiva che si veste di un’ulteriore traccia, quella del filo rosso, di un’ortografia privata che rimanda all’aspetto meditativo e temporale dell’opera nel suo farsi e che si fa tramite fra lo scritto e ciò che di indicibile e indescrivibile si cela dietro il linguaggio, andando a sfidarne i limiti. Sintesi del segno e sintesi del pensiero che portano ad un corto circuito tra la linea e la calligrafia infantili e la dimensione significante dei messaggi, latori di una parte del suo essere Violetta Valery che l’autrice ha deciso di non lasciar svanire in confuse reminescenze, elevandole ad opera.

Se in questa prima sala a dialogare sono uno spazio chiuso, quello della stanza, della casa – che allo stesso tempo rimanda simbolicamente all’inesauribile dimensione creativa – con quello della produzione sedentaria dell’appunto, del segno e del ricamo, nella seconda sala si passa magicamente in uno spazio aperto, quello del bosco, del viaggio, del caso e del caos. Il pavimento trasformato in terreno boschivo, grazie ad un tappeto di foglie secche, è il perfetto scenario per l’altalena, posta al centro della sala, che ben si presta a simbolizzare un luogo di passaggio, quasi fosse una tappa imprescindibile del grande romanzo di formazione che è la vita di ognuno. Ma anche luogo precario, oscillante, che diviene mezzo di emotivo-trasporto proiettandoci verso una non ben specificata meta o che, nella fase di stasi, trasmette una forte sensazione di assenza.

Tutto ciò si sposa in assoluta sintonia con le pagine di diario disposte sulle pareti, che Violetta Valery ha deciso di condividere. Un diario che raccoglie attimi della vita dell’artista, composto da fotografie e affermazioni, collages dove si fa sempre più palese la dimensione autorappresentativa e autoperpetuante della sua ricerca attraverso l’accumulo di segmenti del suo percorso esistenziale. Una sorta di introspezione condivisa, una voglia di affrontare la propria storia dall’infanzia al contingente presente attraverso il connubio tra il linguaggio scritto e quello visivo. Scatti subiti, come quello dove possiamo vedere Violetta bambina “fare disegni colorati”, ma anche realizzati, come quelli dei luoghi visitati, o autoripresentazioni che stigmatizzano l’immutata apparenza di Violetta al cospetto di un mutato stato emotivo ed esistenziale.

Come nella prima e nella seconda sala, il rapporto con gli strumenti della sua espressione – e dunque con la materia, la tattilità e lo stato di unicità legato al “manufatto” – ritorna anche nella terza, dove ad essere esposte sono fotografie sviluppate e stampate dalla stessa autrice.

Ci troviamo, ancora una volta, a occupare uno spazio che non si riduce a semplice involucro neutro nel quale inserire le opere ma che si veste di rosso per trasformarsi in una camera oscura. Riproponendo il luogo nel quale la scrittura di luce si fa traccia indelebile e visibile, si è chiamati ad assistere all’ultimo atto di un processo creativo che sembra ancora essere in itinere. A trasmettere questa sensazione di non finito sono gli autoritratti sfocati di Violetta Valery che, nella scelta di rendersi soggetto e oggetto dell’opera, si ri-presenta senza fare della sua immagine un’icona ma “offuscando” il suo volto e il suo corpo che non ci appaiono mai come del tutto rivelati, quasi a rimarcare l’impossibilità di un’autoconoscenza e autocoscienza definitive. L’immagine fotografica, lontana dal palesarsi come evidenza lapalissiana, si fa portatrice di valori aggiunti, di cicatrici e tracce di vissuto frapposti tra il corpo ripresentato dell’autrice e il nostro sguardo; lo sfocato come i filtri inseriti da Valery durante la fase di sviluppo ci allontanano dalla percezione oggettiva del soggetto per avvicinarci ad una visione-illusione-allusione dell’Oltre e dall’Oltre Violetta.

Nel genere che canonicamente vorrebbe mettere in scena l’unicità del soggetto, anche per mezzo del fattore di riconoscibilità e dunque di mimesis, che la fotografia come documento alimenta, ci si ritrova a fare i conti con l’incertezza, con la complessità del soggetto che non è più esclusivamente quello della coscienza ma anche quello dell’inconscio. Autoritratti di una messa a nudo, che mai può essere inscenata in maniera definitiva, alcuni realizzarti da uno stesso negativo sul quale l’autrice interviene lascando indelebili indizi di qualcosa d’altro; questi scatti che ci propongono il volto, o il corpo acefalo o raccolto in se stesso, rannicchiato, che ci da le spalle, rimandano alla dinamica autorappresentativa di una grande fotografa del secolo scorso, Francesca Woodman, soprattutto la Woodman dei Self-deceict. Ciò non toglie nulla alla prova di Violetta Valery che di-mostra in questa sua prima personale una costante ricerca e una coerenza di stile che affonda le radici in un orizzonte introspettivo che si configura come una meta in continuo divenire.

10/06/2011

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