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Francesca Woodman. Photographs:1977-1981. Un titolo che trae in inganno per un catalogo che fa luce sugli scritti.
Valentina Piccinni

Dove: Libreria-galleria il Museo del Louvre
Quando: 23/05/2011 - 19/06/2011
Info: Via della Reginella 25 – 28 tel. 06.68807725, lun – sab 11–19.30.

Quella che si è appena conclusa al piccolo Museo del Louvre, in Via della Reginella in pieno ghetto a Roma, è stata la prima mostra di Francesca Woodman dove ad essere protagonisti non sono stati i suoi scatti ma i suoi scritti, raccolti in un volume a cura di Giuseppe Casetti e Francesco Stocchi edito da Agma.

Chi ha nutrito interesse per questa fotografa americana di indiscusso talento e incisività espressiva, compresa la sottoscritta, avrà di certo colto l’occasione di incontrare Giuseppe Casetti, ideatore di questa mostra e gestore dello spazio, per poter visionare le stampe originali e i tanti documenti da lui conservati con cura. Questo perchè proprio Casetti è stato il primo a dare la possibilità a Francesca Woodman di esporre le sue foto, in quella che allora era la sua libreria-galleria Maldoror, punto di incontro e di scambio di artisti ed intellettuali di una Roma che si fa fatica ad immaginare più vivace.

Tra il 1977 e il 1978 Francesca Woodman visse a Roma grazie alla possibilità, concessagli dalla Rhode Island School of Design, di frequentare un anno accademico nella capitale, privilegio destinato ai migliori studenti di questa importante scuola di Providence (Rhode Island). Fu qui che conobbe l’artista e critica d’arte americana Edith Schloss, con la quale stringerà un forte legame d’amicizia.

Come ha più volte raccontato lo stesso Casetti la giovane Woodman (1958 – 1981), che allora aveva poco più di diciotto anni, per raggiungere Piazza delle Cinque Scole, dove ancora si trova la sede distaccata del R.I.S.D., percorreva proprio Via di Parione, dove era sita Maldoror, e amante della cultura rétro e ansiosa di apprendere il più possibile sul panorama storico-artistico europeo di inizio novecento, non esitò ad entrare in quello che probabilmente le sembrò il luogo giusto dove potersi saziare.

Erano molti gli artisti che frequentavano Maldoror, tra questi Giuseppe Gallo, Bruno Luzzi, , Sabina Mirri, e alle volte Suzanne Santoro. Ed è grazie al legame che Francesca strinse con questi, e con Casetti e Missigoi, i due titolari dello spazio, che è stato possibile realizzare la mostra. La Woodman difatti continuò a tenersi in contatto con gli amici romani, scrivendo lettere e ripromettendosi di ritornare a Roma, progetto che non riuscì a portare a termine.

Ma non voglio qui ripercorrere tutta la storia di questa autrice, non è forse il luogo adatto. Credo che sia giusto concentrarsi su questa atipica esposizione. Nata dal desiderio di raccogliere in modo ordinato i documenti conservati da Casetti e dagli altri amici romani della Woodman, la mostra è la logica conseguenza della realizzazione del catalogo “Francesca Woodman. Photographs:1977-1981”, un libro prezioso nel quale sono state raccolte tutte queste lettere, inviti manoscritti, fotografie come messaggi, disegni, tutto o quasi tutto materiale inedito.

Per chi come me ha trascorso ore ed ore a trascrivere queste lettere, decifrandone la non semplice calligrafia, a studiarle all’interno del piccolo Museo del Louvre e a fare di queste una fonte imprescindibile per la realizzazione di uno scritto, di una tesi o di un saggio, vedere raccolte tutte insieme queste perle fa un certo effetto.

Solo chi è andato a fondo nello studio di questa autrice sa quanto sia forte il legame tra il corpo scritto e il corpo fotografico della Woodman. Come per i diari, dei quali sono stati resi noti alcuni stralci, queste missive sono piene di indizi e tracce che permettono, a chi le segue, di avvicinarsi il più possibile alla dinamica artistica ed espressiva della fotografa americana, alla logica compositiva che si cela dietro i suoi scatti vibranti che ad un primo sguardo sembrano essere il frutto di un’ispirazione bruciante e che invece sono il risultato di quelle che l’autrice definiva “fotografie letterarie”, cioè la trascrizione più o meno programmatica delle sue visioni e riflessioni, da rendere immortali per mezzo della fotografia.

Leggendo queste lettere si scopre ciò che si nasconde dietro le sue scelte artistiche e stilistiche, come anche emerge una stanchezza, un senso di insoddisfazione legato al fatto di non riuscire a estromettersi dalla scena rappresentata. Stati emotivi ossimorici, ironia, confessioni, desideri, idee, e la volontà, ritornata negli Stati Uniti, di mantenere i contatti con l’Italia, con quella terra che l’aveva portata al successo prima ancora di terminare l’accademia, quel successo che in America faticava a raggiungere.

Così possiamo leggere di come Francesca chiede a Giuseppe Gallo e a Suzanne Santoro, in due distinte lettere, se fossero disposti a collaborare con lei ad un progetto artistico, come anche la delusione di non aver ricevuto più notizie dalla gallerista Romana Loda, che tra fine anni settanta e primi anni ottanta stava dando largo spazio alle artiste, organizzando esposizioni di sole autrici donne.

Corpo scritto e corpo fotografico emergono come due istanze di un unico sentire che si dipana tra le righe come nei suoi autoritratti agiti, perché messi in scena dalla stessa autrice esprimendo quel corpo come mosso dell’anima, concetto tanto caro al filosofo francese Jean-Luc Nancy, ed evocando l’irriducibilità del sé al volto che lo rappresenta, scardinando i canoni dell’autoritratto autonomo.

Ed è attraverso gli scatti di Enrico Luzzi esposti in questa occasione che possiamo vedere la Woodman preparare gli strumenti e lo scenario per la realizzazione di alcune fotografie, probabilmente riferibili alla serie Angels, in compagnia di Giuseppe Gallo, al quinto piano dell’ex Pastificio Cerere. É proprio nello storico edificio del quartiere San Lorenzo che la Woodman ritrovò quelle ambientazioni délabré che spesso prediligeva per ritrarsi, ed è qui che instancabilmente, da vera stacanovista, trascorreva ore a fotografarsi, alla ricerca della giusta luce, spesso nuda, privata dunque degli abiti, di qualsiasi tipo di maschera, di filtro interposto tra la sua presenza virtuale dietro la camera e quella reale al di là dell’obiettivo.

Da queste lettere, soprattutto da quella inviata da Francesca a Suzanne Santoro, si possono desumere ad esempio alcune delle motivazioni che la spinsero a passare dal piccolo al grande formato attraverso una nova – per lei – tecnica di stampa (già adottata fra gli altri da Rauschenberg): quella delle cianografie. Lavori con una forte componente installativa questi ultimi, che stavano portando la fotografa americana verso una nuova direzione espressiva, meno intimistica, di sapore più universale, intrisa di rimandi alla storia dell’arte antica, come per il Temple Project, una libera interpretazione della Loggia delle Cariatidi dell’Eretteo. E non è un caso che la Woodman scrisse di questo progetto a Suzanne Santoro; quest’ultima, co-fondatrice della Cooperativa Beato Angelico insieme ad altre artiste femministe, si interessava e si interessa tutt’oggi, al mondo antico, alle forme espressive arcaiche sulle quali si fondono le radici della nostra cultura, alla ricerca delle motivazioni che hanno portato ad un patriarcato quasi globale, con l’intento di riportare alla luce una cultura che è stata messa a tacere, censurata, volutamente dimenticata: quella matriarcale e femminile, fortemente legata all’immagine. Proprio qualche anno prima della missiva inviatale dalla Woodman, Santoro aveva pubblicato il suo “Per una espressione nuova – Towards new expression”, dove protagonisti sono i genitali femminili, scovati anche tra le pieghe astratte dei panneggi della statuaria classica, o in elementi naturali, fotografati, ingranditi e decontestualizzati.

Ma sono molte le parole che si potrebbero spendere su queste lettere, come sui messaggi e le fotografie che Francesca amava distribuire come doni ai suoi amici, sulle quali interveniva graficamente o faceva dialogare immagine e scritto.

Un lascito, quello di Casetti, un utile strumento per coloro che sono interessati all’autrice e alla giovane donna, che di certo merita attenzione e che permette ad un pubblico più vasto di poter sfiorare con lo sguardo documenti che hanno un valore sostanziale ai fini dello studio del corpus di opere della Woodman che, in soli otto anni – dai tredici ai ventidue – ha prodotto più di ottocento scatti, in uno stile che, se pur frutto di diverse fascinazioni sia visive che letterarie, si impone per continuità e originalità, e che probabilmente sarebbe stato indice della sua produzione giovanile, considerando le sue ultime prove che pian piano si stavano muovendo verso nuovi orizzonti di ricerca.

Ma questa, purtroppo, è soltanto un’ipotesi.

22/06/2011

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